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E ora eccolo a sentirsi vittima di una congiura

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Pure la paranoia, adesso, e proprio in ciò che ne è patognomonico: Matteo Renzi si sente vittima di un complotto e, giacché il suo narcisismo lo fa sentire istituzione («létat, cest moi»), dice che si tratta di eversione. Anche in questo segue le orme di Silvio Berlusconi, si dirà, e questo è vero, ma con ciò possiamo ritenere chiusa la questione? Non ci torna utile cercare di capire quali siano le precondizioni personali e di contesto che fanno da piano inclinato lungo il quale questi infelici rotolano nellabisso, spesso trascinandosi dietro proprio quanti gli hanno dato peso e abbrivio?
Occorre essere onesti: ci mettono del loro, senza dubbio, ma è nello stesso essere leader che sannida la potenziale regressione. Naturalmente si può dirlo meglio.



Quando queste pressioni vengono ad agire su un soggetto con un serio disturbo della personalità come quello narcisistico, si realizza un quadro che dovremmo saper riconoscere anche se a digiuno di psichiatria. Ridò la parola a chi lo descrive assai meglio di quanto potrei farlo io, invitando il lettore a leggerlo come un identikit.


Rimanda alla mente qualcuno in particolare? Forse potrà aiutare la descrizione dell’habitat relazionale in cui tizi del genere s’imbozzolano: costituisce il modulo-base attorno al quale viene a svilupparsi la costruzione paranoica.


Qual è il passaggio successivo nella costruzione paranoica del complotto? Per meglio dire: cosa è necessario accada perché questa abbia ragione di essere costruita? Potrà sembrare banale, ma è necessario accada che il leader si senta in pericolo. E il maggior pericolo è dato da una ferita al suo narcisismo: una sconfitta, un’umiliazione, una perdita di posizione, un’incrinatura nella convinzione di essere invulnerabile.
Nel caso di Matteo Renzi, dalla sconfitta del 4 dicembre al caso Consip, tutto ha concorso in tal senso. E ora eccolo a sentirsi vittima di una congiura: ottima fuga dalla realtà, ottimo riparo dalle responsabilità.
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zanzisap
1 day ago
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I 5 motivi per cui la frase di Serracchiani su violenza sessuale e migranti è davvero sbagliata

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Da qualche giorno il dibattito politico e i litigi sui social network sono monopolizzati dall'uscita di Debora Serracchiani su un caso di violenza sessuale commessa da un richiedente asilo a Trieste. "La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre," ha detto la presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, "ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese."

Come prevedibile, la provenienza di quella considerazione—ossia una politica in vista del Partito Democratico—combinata con il contenuto stesso della considerazione ha scatenato un putiferio. Roberto Saviano ha twittato che il PD è ormai indistiguibile dalla Lega Nord, alcuni deputati di Articolo 1-MDP hanno parlato di "delirio," e persino qualche collega di partito ha dichiarato che "è inaccettabile valutare la gravità di un'azione guardando alla nazionalità o all'estrazione sociale." Non a caso, Serracchiani stessa è dovuta tornare più volte su quel comunicato, ampliando e precisando il concetto:

Ma più in generale, sul tema si è espresso davvero chiunque—con menzione speciale per "l'Amaca" di Michele Serra—e la polemica ha subito un'escalation tale per cui il volto di Serracchiani è finito addirittura nei flyer di partiti neofascisti (e non per essere criticata).

Personalmente non abbiamo dubbi sul fatto che quell'affermazione sia sbagliata. Vista la confusione che si è creata, e i mille distinguo avanzati per trovarci qualcosa di buono, abbiamo quindi pensato di fare un po' di ordine e raccogliere interventi utili a spiegare cosa non torna.

LA DONNA COME SUOLO PUBBLICO

Il primo problema è che la frase di Serracchiani—inconsapevolmente, certo—suggerisce che ci sia una diversa gradazione nella gravità della violenza sessuale, ma soprattutto che il corpo di una donna violato da uno straniero "appartenga" all'intera società.

Come ha fatto notare la scrittrice Giulia Blasi, si tratta di un atteggiamento che è ben radicato nella cultura italiana, e che va in parallelo con la rimozione di una categoria di stupri implicitamente considerati 'meno gravi'"—quelli commessi dai partner, amici o parenti, che sono i più difficili da denunciare, e per i quali è quasi impossibile ottenere giustizia.

In secondo luogo, l'affermazione "utilizza le donne come complemento oggetto dell'accoglienza," nel senso che lo stupro commesso da uno straniero risulta "più odioso" in quanto rivolto contro la società indistinta. "La donna," chiosa Blasi, "da persona diventa corpo pubblico, demanio pubblico, suolo che il richiedente asilo [...] non deve violare."

LA ROTTURA DEL FANTOMATICO "PATTO DI ACCOGLIENZA"

In un tweet successivo al comunicato, la presidente della regione FVG ha scritto che "in questo caso all'atrocità si aggiunge la rottura del patto di accoglienza," che sarebbe basato su un "atto di fiducia che non va tradito." Michele Serra le ha dato ragione, sostenendo che "Serracchiani ha detto, con qualche goffaggine, una cosa che in molti sentiamo essere vera: chi è ospite e riceve assistenza ha degli obblighi di comportamento," che vanno fatti rispettare con "intrasingenza assoluta."

E a prima vista sembrerebbe così, no? Io ti accolgo (generosamente), e tu rispetti le regole della casa. Se sgarri, sei fuori. Stop.

Solo che, appunto, non stiamo parlando di una festa in cui un ospite dà fuoco alla casa, ma di diritti e Stato di diritto. A questo proposito, lo scrittore Tommaso Pincio ha correttamente rilevato che "il rispetto delle leggi non è cosa che si chiede in cambio di qualche altra cosa," ma "vincola chiunque si trovi a vivere in un paese regolato da leggi"—e non importa se "nel paese in questione ci si trovi a vivere per nascita, per disperazione, per turismo, per sbaglio o altro," e nemmeno se sia sottoscritto o meno un patto.

Sempre a questo proposito, la traduttrice Martina Testa ha scritto che "non c'è nessuna generosità nel concedere a un richiedente asilo di stare in Italia, o a una donna di abortire, o agli omosessuali di sposarsi." È il motivo è semplice: non stiamo parlando di favori, ma di "diritti fondamentali su cui si basa lo stato figlio dell'Illuminismo."

IL PARAGONE CON LA FAMIGLIA

Punto strettamente connesso a quanto sopra, Serracchiani sostiene che "un richiedente asilo chiede un atto di solidarietà e la comunità che lo accoglie instaura con lui un rapporto di fiducia. Solidarietà e fiducia tengono insieme le famiglie." In pratica, il rapporto tra un migrante e la comunità locale sarebbe lo stesso che incorre tra i membri di un nucleo famigliare; e il corollario è che se un migrante commette un reato, questo non rimane tale ma diventa un tradimento.

Ed è del tutto evidente quanto sia strumentale e pericoloso questo paragone con la famiglia.

Per il ricercatore Alessandro Coppola, non solo si ribalta la realtà fattuale del caso di cronaca da cui è partita tutta la polemica—l'aggressione di uno sconosciuto nei confronti di una sconosciuta—ma si introduce una chiave di lettura moralizzante con cui si alimentano "una serie di immagini e paragoni ingannevoli che confondono famiglia, comunità e società anche attraverso un registro emotivo—riconoscenza, tradimenti della fiducia, sdegno—che fa sostanzialmente dimenticare la logica dei diritti e delle responsabilità che é quella propria allo stato di diritto."

LA PRESUNTA "SCOMODITÀ" DELL'AFFERMAZIONE

Nel giustificare le sue affermazioni e deflettere le critiche, Serracchiani afferma di essersi limitata a "dire una cosa di buon senso, anche se scomoda," ed evidente alla "stragrande maggioranza dei nostri concittadini."

Al di là del fatto che l'ultima parte è tutta da dimostrare—spiacente, i commenti su "NO al razzismo verso gli italiani" non sono un buon campione—cosa si intende esattamente per "scomoda"?

Come spiega ancora Alessandro Coppola, Serracchiani sta implicando che "vi siano dei non detti, delle omissioni, una vasta area grigia di cose di cui non si parla—evidentemente in relazione all'oggetto dei profughi—e che lei invece per coraggio politico ha reso visibili." E qui, continua il ricercatore, c'è poco da fare: "l'identità con il discorso della destra é assoluta (gli immigrati sono difesi dal politically correct e dai media) e l'effetto é di nuovo spingere le persone a considerare scomode e quindi coraggiose le prese di posizione che riguardano la condizione dei profughi."

L'APPROPRIAZIONE DELL'ESTREMA DESTRA

E infine, c'è una circostanza politicamente auto-evidente. Ed è la seguente: se la tua affermazione di "buon senso" è ripresa, condivisa e applaudita in successione da Giorgia Meloni;

CasaPound;

e Forza Nuova,

ecco, in quel caso, forse—ma dico forse, eh—hai leggermente calibrato male il tiro.

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zanzisap
3 days ago
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La Storia di ieri, oggi e domani

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di Sandro Moiso

notav-6 maggio 2017 ASinistra è combattere il fascismo. Sia quello nazionalista, che quello globalista, che oggi si contendono il pianeta” (Alessandra Daniele)

Nello scorso week-end, nei giorni 6 e 7 maggio, si sono svolti due eventi che non potrebbero essere più lontani tra di loro per numero oggettivo di partecipanti, rilevanza data loro dai media nazionali ed internazionali e peso rivestito a livello istituzionale.
Naturalmente si tratta, in primo luogo, delle elezioni presidenziali francesi, cui la società dello spettacolo ha saputo dare e programmare tutta l’importanza che meritavano a livello di opinione pubblica.

Mentre il secondo, quasi invisibile a livello giornalistico e mediatico, se non sulle pagine locali di alcuni quotidiani nazionali oppure sui siti antagonisti, è stato costituito dalla marcia tenutasi in Val di Susa, da Bussoleno a San Didero, contro il modello di sviluppo basato sulle grandi opere e sulla devastazione del territorio, di cui naturalmente l’alta velocità ferroviaria costituisce l’apripista e la punta di diamante.
Eventi lontani tra di loro, si diceva, il cui raffronto appare, ad uno sguardo disattento e superficiale, improponibile. Eppure, eppure…

La Storia di ieri e di oggi
Nel primo si sono apparentemente scontrati il passato e il presente della società e della sua conduzione economica e sociale.
L’internazionalismo finanziario, di cui Emmanuel Macron è stato il campione, e il nazionalismo della passata grandeur francese di cui Marine Le Pen è stata la pulzella destinata al rogo mediatico e politico.

macron-le-pen Un capitalismo che può sopravvivere soltanto abbattendo qualsiasi barriera economica e nazionale, sostituendo i governi e le borghesie nazionali con tecnocrati, dipendenti diretti della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale, il cui potere è inversamente proporzionale alla loro nullità propositiva e politica, ha cercato e ottenuto il consenso dei subordinati, sbandierando il fatto di essere il campione dei diritti contro il pericolo delle derive populiste e fasciste.
Che, a ben guardare, non sono altro che l’altra faccia del capitalismo, le cui ragioni di esistenza stanno soltanto nella difesa dei confini, del mercato nazionale e nell’innalzamento di barriere protettive, senza tuttavia negarsi la possibilità di abbattere quelle altrui.

Un capitalismo, il primo, che, nella sua suprema fase finanziaria, non tollera più alcun limite giuridico ed alcuna forma di mediazione politica ed istituzionale, ma che si scontra quotidianamente con le sue contraddizioni. Un capitalismo che macella gli uomini, le donne e l’ambiente per sostituirli con macchine e realtà virtuali che, a loro volta, lo limitano non essendo in grado di consumare il prodotto che sta alla base della realizzazione del valore.

Confermando una marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto portata ormai alle sue estreme conseguenze cui né la speculazione finanziaria né, tanto meno, il sovraconsumo delle classi che si accaparrano la ricchezza socialmente prodotta possono contrastare. Destinato a creare, in prospettiva, una società di proletari destinati a vivere di panem et circenses come nell’antica Roma imperiale; una autentica plebe schiavizzata, più che dal lavoro, dalla dipendenza dalle elemosine di Stato (bonus, reddito di cittadinanza et similia) che domani potrà trasformarsi in elemosina tout court. Con tanto di benedizione papale affinché il consumo possa continuare all’infinito.

Una realtà già presente, proprio nei paesi un tempo al centro dell’imperialismo, cui si contrappongono ideali nazionalisti e conservatori che fanno della Terra e del Lavoro, unite idealmente nella Patria e nel prodotto nazionale, la base di una protesta perdente e fascistoide. Destinata soltanto a portare alla rovina reciproca le classi in lotta. Di cui guerre, razzismo, fondamentalismo religioso (cristiano, islamico ed ebraico), egoismo, disperazione, suicidi non costituiscono altro che la facciata più visibile.

Realtà, quelle rappresentate da Macron e dalla Le Pen, che i media e i commentatori politici accecati e asserviti si sforzano di presentare come novità, ma che non lo sono. La prima perché pienamente consequenziale ad un modello di sviluppo e ad una forma di produzione ampiamente prevedibile nel suo percorso fin dalla sua nascita. L’altra assolutamente inserita in tutto il percorso dei nazionalismi novecenteschi, di cui, come gran parte dei cosiddetti movimenti populisti, è la legittima erede.

francia-festa- Due modelli politici che rappresentano le due facce di una stessa medaglia, come hanno ben compreso e sintetizzato i francesi che hanno coniato lo slogan Ni patrie, ni patron! Ni Le Pen, ni Macron! E come le bandiere tricolori sbandierate in piazza dai sostenitori dell’uno e dell’altra hanno ulteriormente confermato. Due modelli che non sostituiscono rinnovandoli i partiti e gli schemi politici precedenti, ma che li assorbono e integrano al proprio interno, in attesa di un divenire economico, militare e politico piuttosto incerto.

Due modelli che il 37% dei francesi ha rifiutato, esattamente come al secondo turno delle elezioni presidenziali del 1969 quando, dopo le dimissioni di De Gaulle seguite alla sconfitta subita ai referendum da lui indetti per modernizzare la struttura dello Stato, il 31% dei francesi si astenne dal voto e un altro 6,5% votò con schede bianche o nulle. Mentre, invece, al secondo turno delle ultime elezioni si è astenuto il 25,5 % mentre più del 12% ha votato scheda bianca o nulla.

Certamente il gioco di una parte considerevole dell’attuale potere politico e bancario (Macron rispecchia magnificamente il processo di osmosi e di integrazione avvenuto tra i due poteri) è quello di portare una buona parte dell’elettorato a disinteressarsi completamente di ciò che avviene ai piani alti oppure a riporre le proprie rabbiose speranza in contenitori sostanzialmente vuoti e partecipi dello stesso gioco di conservazione dello status quo economico e sociale.

Ma questo gioco è estremamente pericoloso, poiché mentre per tutto il ‘900 il gioco delle parti ha finito con l’integrare le proteste e le lotte sociali all’interno dell’establishment, attraverso la sussunzione all’interno dello stesso dei partiti che avrebbero dovuto rappresentarle e difenderne gli interessi, oggi il processo di allontanamento da sé e dallo Stato messo in atto dalla rete dei poteri economico-finanziari non potrà avere altra conseguenza che la formazione di comunità nemiche degli stessi e auto-organizzate su altre basi, destinate a negare l’esistenza dell’attuale forma sociale di produzione e riproduzione.

La Storia di domani no-tav-6-maggio-2017
Questa, che è già Storia del domani, ha già iniziato da tempo a manifestarsi. Come la marcia in Val di Susa di sabato 6 maggio ha confermato.
Certo, a ben vedere, sabato scorso si è svolta soltanto una marcia da Bussoleno ai terreni recentemente espropriati nel comune di San Didero. Agli occhi di molti, quindi, una protesta locale. Ma quelle migliaia di persone che hanno manifestato (15.000 per gli organizzatori e, naturalmente, 4.000 per la Questura), sotto una pioggia battente e con la fiducia negli sguardi, rappresentavano qualcosa di più. Molto di più.

Come sempre erano presenti i rappresentanti dei vari comitati contro la costruzione della linea ad alta velocità Torino – Lione, sia italiani che francesi; ma ad essi si aggiungevano i comitati No Tap, contro le grandi navi nella laguna di Venezia, dei terremotati dell’Italia Centrale, della Terra dei fuochi, contrari alla costruzione di nuovi, inutili e dannosi aeroporti, le Brigate di solidarietà attiva e i rappresentanti di altre iniziative, sviluppatesi a partire da specifici territori, contrarie alla devastazione dell’ambiente, allo spreco delle risorse e alle mafie politico-economiche coinvolte nella realizzazione delle presunte grandi o piccole opere.

notav 6 maggio 2017 D Opere inutili e dannose, mancate ricostruzioni e devastazioni dei territori in nome del profitto e della speculazione finanziaria che ben rappresentano, ormai il percorso che i modernizzatori della società, da Renzi a Macron passando per Bruxelles e la Banca centrale europea, intendono mettere in atto. Opere e mancati provvedimenti che toccano ormai centinaia di migliaia di cittadini, forse milioni, già stretti nella morse della crisi economica, dello scarso e sottopagato lavoro e della fine di ogni garanzia.

Stiamo attenti: non diritto, ma garanzia. I diritti possono essere impunemente sbandierati, fin dagli albori delle Rivoluzioni borghesi, dagli affamatori di popoli. Il diritto al lavoro, per esempio e solo per citarne uno, non significa che il lavoro debba svolgersi entro certi margini di garanzia: afferma soltanto che tutti devono poter lavorare. Così il job act e tutte le sue trappole possono essere sbandierati come estensione di un diritto, concesso eliminando tutte le garanzie economiche, sindacali, previdenziali e assistenziali che lo hanno accompagnato per anni, grazie alle battaglie sindacali e alle lotte di classe.

Oggi con il discorso dei diritti, umani e generici, si devastano i territori, si favoriscono le mafie di ogni tipo, si abbassa il costo del lavoro, si annullano le differenze di classe (naturalmente soltanto nel discorso istituzionale), si ignorano le condizioni reali di esistenza di milioni di individui, si va alla guerra e si riducono le differenze di genere e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna ad un puro elemento di mancato ammodernamento della mentalità.1

notav 6 maggio 2017 E Bene, coloro che hanno partecipato alla marcia del 6 maggio, indipendentemente dalla regione di provenienza, sapevano tutti, amministratori, semplici cittadini e militanti, che così non si può più andare avanti e che altre scelte sono possibili e devono essere fatte. Amministratori, sindaci, cittadini non erano lì per una semplice manifestazione di protesta, né erano lì soltanto per manifestare la propria vicinanza alla più antica lotta territoriale italiana.

Erano lì per testimoniare che la lotta NoTav è diventata un modello di riferimento, sia politico che organizzativo. Un modello che ha saputo produrre solidarietà reale e non formale con militanti che sono stati o sono presenti ormai in più di una situazione di disagio (dai territori colpiti dal terremoto alla Puglia). Un modello che ha saputo dimostrare che si può costruire dal basso, by-passando partiti, sindacati e luoghi istituzionali decotti, un’autentica democrazia dal basso e una autentica capacità di resistenza e di lotta. Pienamente cosciente dei propri scopi e degli obiettivi da perseguire.

Una comunità umana cosciente e consapevole che, dalla valle subalpina, estende ormai la sua ramificazione organizzativa e la sua influenza lungo una linea rossa che va dal Piemonte al Veneto e dal Nord al Sud, fino alla Puglia, passando per il Centro devastato dai terremoti. Non più secondo un trito modello classista di Stato, ma attraverso l’unione delle comunità che lottano, per forza di cose, contro di esso.

Questa sembra essere la Storia di domani, ammesso che la specie voglia continuare ad avere una Storia e non voglia invece sprofondare nella catastrofe planetaria verso cui imperialismo economico, speculazione finanziaria e militarismo sembrano volerla indirizzare. Una Storia già raccontata in Francia dalla ZAD di Notre-Dame-des-Landes, oppure dai curdi del Rojava oppure, ancora, dall’EZNL del Chiapas messicano. Senza dimenticare le centinaia di fabbriche autogestite in Argentina e le lotte in difesa della terra e delle differenti colture in India e in Asia.

notav 6 maggio 2017 C Una rete mondiale di comunità su cui basare un nuovo internazionalismo e una nuova visione del futuro della specie, in cui la necessaria eguaglianza economica e il rapporto con l’ambiente non entrino in conflitto tra di loro; rafforzando le diversità e la comunione degli interessi allo stesso tempo. Non più basato su una semplicistica e riduttiva visione operaista e tecnocratica in cui le esigenze del lavoro e della produzione sono destinate a prevalere sull’ambiente e sulle differenti specie, umana compresa.

Un’utopia? Una bestemmia? Un superamento della forma stato oppure una ridefinizione dei suo compiti e dei suoi limiti nazionali e rappresentativi? Forse tutte queste cose insieme, ma tutto ciò è quello la realtà delle lotte ci propone di nuovo, senza dimenticare il passato e la Storia delle lotte contro il capitale e le sue istituzioni. Come diceva lo striscione che apriva il corteo: C’eravamo, ci siamo, ci saremo!

La Storia dell’altro ieri
Quelli che proprio non ci sono mai stati, che non ci sono e non ci saranno più stanno invece in quella che un tempo si chiamava Sinistra e che oggi assume un aspetto ed un significato sempre più ambiguo, se non molesto. Come gli autentici servi del capitale finanziario che hanno ancora una volta agitato lo spettro del fascismo per spingere gli elettori a votare per l’incarnazione vivente del dominio capitalistico, Emmanuel Macron, quasi che questo non fosse egli stesso un rappresentante della concentrazione finanziaria che da sempre si agita dietro al fascismo e all’imperialismo. Oggi malamente travestiti di diritti generici e da globalizzazione della miseria mondiale.

Una Sinistra, che definire opportunista è ancora troppo poco, che sembra ignorare che i governi nazionali e parlamentari sono già stati cancellati dalla storia, insieme alla democrazia rappresentativa e parlamentare, proprio dai campioni del modello che hanno difeso contro il pericolo fascista. Davanti ai quali i difensori dell’ammodernamento della Sinistra e dello Stato, come Manuel Valls, già si prostrano. Mentre altri correranno ancora ad inginocchiarsi, pur tra mille contorsioni ideologiche.

Una Sinistra incapace di cogliere come tale trasformazione del modello politico e contrattuale dell’attuale capitalismo non dipenda soltanto da scelte irrazionali e/o autoritarie, ma da un processo di accumulazione che, rallentato in Occidente, ha spostato l’asse produttivo in altre aree e continenti e che non può più contrattare con i lavoratori prebende che prima erano garantite dallo sfruttamento del proletariato internazionale. Il grasso che colava dallo sfruttamento di quelle classi operaie non entra più soltanto nelle tasche dell’Occidente, né ai piani alti, né, tanto meno, in quelli bassi.

Mentre un’altra Sinistra, meno significativa e che si ritiene alternativa alla precedente, continua tristemente a trascinare le proprie bandiere di partito all’interno delle manifestazioni, come è successo anche sabato a Bussoleno, scambiando il ruolo reale del movimento con qualcosa che possa e debba ancora essere guidato o sfruttato. Una propaganda politica che promette una conquista di un Palazzo d’Inverno che ormai non esiste più e che spera di cavalcare una tigre che nemmeno comprende. Magari cercando di spingere alla creazione di organismi fasulli, simili ai già fallimentari intergruppi degli anni ’70, per ridare fiato a sindacalisti e rappresentanti politici che ormai non rappresentano altro che se stessi. Rinviando all’infinito il problema del cambiamento e accontentandosi, troppo spesso, di testimoniare un avvicendamento di poteri sempre più ambiguo e lontano nel tempo.

N.B.
Il presente intervento è anche da intendersi come una risposta al Commissario di governo per la Torino-Lione, Paolo Foietta, che in un’intervista, pubblicata su La Stampa del 7 maggio 2017, ha affermato: “Ieri si è svolta una manifestazione che ha assunto carattere nazionale. Una marcia di tutti i movimenti del “no” contro qualcosa e infatti sono arrivati da mezza Italia. Si tratta di una svolta che prefigura la costruzione di un fronte del No che va oltre la Val di Susa e assume un carattere antipolitico e antigovernativo […] ma quella manifestazione è datata nelle parole d’ordine perché non prende in considerazione quello che è successo in questi anni


  1. Straordinario il commento del giudice istruttore di Trieste che si occupa del caso della neonata morta a seguito del suo abbandono, probabilmente ad opera di una ragazza sedicenne, in un campo alla periferia della città: “Sono cose da Sicilia degli anni ’40!” Nossignore, sono cose che capitano ora, adesso e qui nell’Italia della falsa modernità istituzionale e della miseria sociale.  

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La Storia di ieri, oggi e domani è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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zanzisap
11 days ago
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Una pagina di Avvenire

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Un «dibattito»– prendo la definizione che ne dà il De Mauro – dovrebbe essere una «discussione di più persone nella quale le diverse opinioni vengono discusse e vagliate». Avvenireparte male fin dallocchiello, dunque, nel presentare come «dibattito»i tre interventi pubblicati a pag. 3 del numero in edicola martedì 9 maggio, perché questi non esprimono affatto «opinioni diverse»: Lucio Romano (Disposizioni o dichiarazioni: la differenza è di sostanza), Gian Luigi Gigli (Ridurre la portata negativa di una legge nata male) e Carmelo Leotta (Se un pm afferma che una vita vale meno) hanno un dichiarato idem sentiresulle tematiche relative al «fine vita»e a tutti e tre non vanno affatto bene leNorme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamentoapprovate alla Camera lo scorso 20 aprile.
Più che un «dibattito», insomma, Avveniremanda in pagina un monologo a tre voci, e a tanto, già di per sé irritante, aggiunge il carico, francamente insopportabile, di dar conto delle possibili «opinioni diverse» unicamente attraverso l’infedele esposizione che ne fanno i tre prestigiosi avanzi di sagrestia chiamati a intervenire sul tema.Un modo molto disonesto di procedere, perché neppure il fatto di essere un organo di partito – cosaltro è, la Cei? – solleva Avveniredall’obbligo di dare una corretta informazione ai suoi lettori. Ma veniamo al merito.

«Le disposizioni anticipate di trattamento – scrive Lucio Romano – si rappresentano come estensione nel tempo di un consenso informato anticipato [ma]solo ad una lettura generica […] possono essere assimilate al consenso informato, [che]è accettazione libera, cosciente, attuale, revocabile e consapevole del paziente a sottoporsi ad un atto medico, con una informazione preliminare, adeguata e specifica, circa benefici, rischi, complicanze correlate o prevedibili».
Bene, tutto questo verrebbe meno col concedere ad un individuo il diritto di decidere per tempo sul proprio «fine vita», perché «le “disposizioni” esprimono volontà vincolanti da seguire quando non più in grado di esprimersi». In più, «non sono assimilabili al consenso informato perché, seppur stabilite in libertà e consapevolezza, non potranno essere mai attuali perché redatte “ora per allora”; dovranno essere prevalentemente generiche non potendo definire lo specifico; non sono informate in quanto formulate prima dell’insorgere della patologia, senza conoscenza di circostanze e modalità; non potranno essere più revocabili in situazione di irrecuperabile incapacità di intendere e di volere».
La natura capziosa di questargomentazione si rivela al solo controbattere che in questione è quello che comunemente è detto «biotestamento», e cioè un testamento relativo alla vita, inteso come bene personale del quale è lecito disporre come meglio di creda. Superfluo rammentare che, al pari di ogni testamento, anche quello relativo al «fine vita» può avere revisioni senza limiti.
Accogliendo le obiezioni di Lucio Romano, non dovrebbe esserci permesso di far testamento su alcun bene di nostra proprietà. Non dovremmo forse ritenere valide le disposizioni di quanti hanno lasciato i loro averi alla Chiesa? Certo, hanno deciso in libertà e consapevolezza, ma il loro testamento fu redatto “ora per allora”, senza poter essere più revocabile in situazione di irrecuperabile incapacità di intendere e di volere. Dovremmo ritenere nulle, perché illegittime, quelle disposizioni? Lo Stato dovrebbe procedere alla confisca di tutti quei beni che nel corso dei secoli tanti privati cittadini hanno lasciato alla Chiesa?
La fin troppo prevedibile controbiezione a questa che in realtà – confesso – è una provocazione (voleva provocare proprio una controbiezione del genere) è la seguente: la vita non è un bene di cui si possa liberamente disporre. Bene, ma allora, prima di contestare la legittimità di quanto viene concesso al cittadino nelle Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, si chieda al Parlamento di approvare una legge che sanzioni il tentato suicidio, anche quando non sia assistito. Per il suicida che riesca nel suo intento, infatti, sarà impossibile procedere (ci penserà Dio a ficcarlo nel girone dei violenti verso se stessi), ma a chi fallisce spetterebbe una pena, e severa. Vedete a cosa costringe, uno come Lucio Romano? A prenderlo sul serio, e con quanto ne consegue. 
E già accaduto, perché lho conosciuto personalmente. Era un assistente nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dove io facevo il praticantato di specializzando, e un giorno mi chiese di procurargli qualche immagine ecografica di embrione alla sesta o settima settimana di gestazione, ne doveva ricavare delle diapositive per i sermoni pro-life che a quei tempi – parlo degli anni a cavallo dei Settanta e degli Ottanta del secolo scorso – teneva per conto di Carlo Casini, lallora presidente del Movimento per la vita. Quando gliene diedi una mezza dozzina, le guardò deluso: «Non si poteva far di meglio? Sembrano solo fagiolini». Gli risposi: «Quello sono, Lucio, tutto il resto spetta allimmaginazione».
Ma divagavo, torniamo alla pagina di Avvenire.

Il secondo intervento, a firma di Gian Luigi Gigli, che di Carlo Casini ha preso il posto, mira a reclutare forze per impedire che la legge approvata alla Camera superi il vaglio del Senato.
«È giunto il momento – scrive – di chiedersi se c’era davvero bisogno di una simile legge». [Invece di «c’era», forse, andava meglio «ci fosse», ma possiamo chiudere un occhio, perché Gigli non è un grillino.] La risposta? «Certamente no, se l’intenzione era di evitare situazioni di ostinazione terapeutica. La medicina ha superato ogni tentazione in tal senso e, se non fosse bastato, le esigenze di controllo della spesa sanitaria e l’intervento degli ordini dei medici avrebbero potuto dissuadere qualunque nostalgia di accanimento».
Un brivido di orrore ci corre lungo tutto il rachide: sono le esigenze di controllo della spesa sanitaria tra i motivi a dissuadere dallaccanimento? Ma poi: chi potrebbe averne nostalgia? Insomma: chi è il nostalgico dellaccanimento terapeutico che si piega dinanzi a basse ragioni di natura economica quando è in gioco la vita, peraltro inteso come bene indisponibile a chi ne è titolare? La sensazione è che sarebbe difficile poter avere una risposta, quindi procediamo.
Inutile, la legge, «se si voleva garantire la possibilità di rifiutare l’avvio di trattamenti non desiderati. La redazione del consenso informato è obbligatoria negli ospedali e un medico non potrebbe imporre trattamenti senza ricorrere all’intervento dei carabinieri ed esponendosi a rischi e rivendicazioni». Certo, ma il concetto di «consenso informato»si è storicamente affermato a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti delluomo(1948), che la Santa Sede si è sempre rifiutata di riconoscere proprio per quanto in esse vi è affermato relativamente alla «libertà della propria persona»(art. 3).
Va inoltre rammentato che il Catechismo della Chiesa Cattolica recita che, «anche se la morte è considerata imminente, le cure che dordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte»(2279). È questo, infatti, il punto di caduta dellargomentazione di Gigli, per il quale «obiettivo reale [della legge sul biotestamento] era evidentemente un altro: permettere l’interruzione di qualunque trattamento»,con riferimento alle «cure che [il Catechismo ritiene] d’ordinario dovute», come si esplicita col dire «assurdo»che una legge definisca «terapie»l’idratazione e la nutrizione assistite, «per renderle rifiutabili in qualunque momento».
E qui siamo di nuovo costretti alla provocazione. Sembrerebbe, infatti, che non si voglia tener conto di cosa esattamente si intenda per idratazione e nutrizione assistite. Perché queste possano essere messe in atto, occorre personale medico qualificato, con lespletamento di procedure relativamente complicate, e per mezzo di strumenti che sono propriamente clinici: come ci si può azzardare a non considerarle «terapie»? Parliamo di tubi e siringhe, non di acqua e pane. E perché un malato non avrebbe il diritto di rifiutare un sondino nasogastrico, se poi può rifiutare una qualsiasi infusione che anche lo stesso Gigli sarebbe disposto a concedere costituisca «accanimento terapeutico»?

Col terzo intervento mandato in pagina da Avvenirepossiamo cavarcela più brevemente.
Carmelo Leotta se la prende col pm che ha fatto domanda di archiviazione per Marco Cappato, autodenunciatosi per aver accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera, aiutandolo in tal modo ad esaudire la sua volontà di procedere ad un suicidio assistito, e scrive che «l’articolo 580 parla chiaro e stabilisce che “chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da 5 a 12 anni”», mentre invece nelle motivazioni alla richiesta di archiviazione viene affermato un «principio di dignità [che] impone l’attribuzione a tutti coloro che vivono in condizioni gravissime o irreversibili, percepite dal malato come lesive del senso della propria dignità, “di un vero e proprio diritto al suicidio”, esigibile non solo in via indiretta con la rinunzia alla terapia ma anche in via diretta, con l’assunzione di una “terapia finalizzata allo scopo suicidario”», e questo gli pare scandaloso, perché così si affermerebbe una grave disparità di diritti, che in apparenza sarebbe in favore del soggetto ammalato e a scapito del soggetto sano, ma che in realtà farebbe passare il principio che «la vita del malato “vale” meno della vita del sano, visto che il primo ne può disporre, e il secondo no».
L’eleganza con la quale ci è presentato il sofisma non ci consente di liquidare anche qui l’argomentazione con una provocazione. Verrebbe, sì, di tagliar corto obiettando che, tanto per fare un esempio, anche nel caso della legittima difesa una vita (quella dell’aggressore) finisce col “valere”meno di un’altra (quella dell’aggredito), ma che al momento il Codice Penale(art. 52) continua a contemplarla come «legittima», così consumando quella che per Leotta sarebbe «una insanabile violazione del principio di uguaglianza». Verrebbe da esortarlo a portare l’art. 52 dinanzi alla Consulta, e subito, perché lì dentro passa un’intollerabile differenza di “valore” che ci sarebbe tra vita e vita. Verrebbe, ma rinunciamo.
Lasciamo che dinanzi alla Consulta vengano portati gli artt. 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio), ma poi non mettiamo cruccio al musetto se saranno dichiarati incostituzionali sulla base delle stesse motivazioni che il pm ha addotto in favore dell’archiviazione. Se ci si appella alla legge degli uomini, non sempre si ha risposta illuminata dalla legge di Dio. E siamo sicuri che Leotta non abbia bisogno di esempi. 
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zanzisap
13 days ago
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Con le modifiche che la Camera dei Deputati apporta allart. 52 del Codice Penale («Difesa legittima»), viene accolto lemendamento che inserisce dopo il primo comma il seguente testo: «Si considera legittima difesa, nei casi di cui all’art. 614, primo e secondo comma, la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno».
Non ha alcun fondamento, dunque, quanto lascia intendere Matteo Salvini scrivendo: «Legittima difesa, per il PD un cittadino si può difendere se è “aggredito di notte”. Quindi di mattina e pomeriggio tutto è lecito?». Né ha ragion d’essere quanto ha affermato Silvio Berlusconi, che di rincalzo ha parlato di una «norma troppo blanda»
Niente affatto, inemendabili teste di cazzo, perché con la riforma dellart. 52 si considera legittima difesa non solo «la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte», ma anche quella «a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose», e senza alcuna restrizione relativa allora del giorno in cui questo accada, né contemplando eccezione di sorta in favore di chi «sintroduce nellabitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi sintroduce clandestinamente o con inganno»(art. 614). E che volete di più?

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zanzisap
18 days ago
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Michel Platini, il re di Torino

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Il 23 febbraio 1982, sul maxischermo della villa Frescot, che domina la città di Torino, Giovanni Agnelli sta seguendo con particolare interesse l’amichevole tra la Francia e l’Italia. L’Avvocato se ne infischia della sconfitta degli azzurri. La prestazione dell’autore della prima rete francese lo ha decisamente entusiasmato. «Quel Platini è un distributore di gioco come pochi. Farebbe faville nella Juventus. Peraltro credo che la sua famiglia sia originaria del Piemonte» fa notare una settimana dopo a Edouard Seidler, il direttore dell’«Équipe», che lo sta intervistando. Il 7 aprile, Agnelli richiama Seidler. «Si ricorda, abbiamo parlato di Platini qualche settimana fa. Vorrei mettermi in contatto con lui. Può organizzare la cosa?». Tre settimane e due giorni più tardi, alle 10 di mattina del 30 aprile, un piccolo Cessna atterra sulla pista dell’aeroporto di Caselle. Michel Platini è venuto a firmare il contratto con la Juventus.

 

Tornando a posare i piedi sulla terra dei primi Platini, il nipote di Francesco non ha la minima idea di che cosa lo aspetti. Agnelli, l’irresistibile capitano d’industria che ha alzato di persona la cornetta per allacciare i primi contatti? «Avevo a malapena sentito parlare di lui…» racconterà parecchio tempo dopo il lorenese dalle radici italiane seppellite molto in profondità. Eppure, sull’altro versante delle Alpi, Giovanni Agnelli gode di un prestigio che gli invidiano i ministri, il presidente della Repubblica e persino il papa. Soprannominato l’Avvocato, benché non abbia mai perorato nessuna causa a parte la propria, il gran capo della Fiat e della Juventus si dedica a far rispettare il motto di famiglia, definito una volta per tutte dal padre Edoardo: «Una cosa fatta bene può essere fatta meglio».

 

Quell’esigenza fieramente proclamata è però coperta da una spessa patina di glamour. Il profilo un po’ severo, da rapace, del bel Gianni è ingentilito da uno sguardo dolce e da un sorriso squillante. Ha sedotto tanto le folle quanto le attrici più belle. Da Anita Ekberg a Rita Hayworth a Danielle Darrieux, gli hanno attribuito ogni genere di conquista. Lui si limita a rispondere: «Mi capita di parlare con le donne, ma di donne preferisco non parlare». Ora che ha passato i sessanta, il Kennedy italiano (un altro dei suoi soprannomi) ha smesso di deliziare i paparazzi con le scappatelle extraconiugali, ma con o senza la principessa Marella, sua moglie da più di quarant’anni, per rompere la monotonia di una giornata di lavoro gli basta saltare su uno dei quattro apparecchi della flotta personale (un Mystère 20, un Grumman Gulfstream e due elicotteri) per visitare una galleria d’arte londinese, quando non preferisce farsi un tuffetto nelle acque limpide del Mediterraneo. Patron gaudente, magnate edonista, Gianni Agnelli sa trovare la felicità anche all’angolo della strada – o per meglio dire, a qualche isolato dal quartier generale della Fiat. Addossate al viale che porta il nome di suo nonno, corso Giovanni Agnelli, le tribune dello stadio Comunale forniscono al rampollo di nobile famiglia l’occasione di vibrare insieme alla sua gente. «Le persone vanno allo stadio per divertirsi. Io mi ci diverto come tutti!» spiega, lui che considera il calcio un’arte e non un mestiere.

 

Eppure, nonostante la Juventus abbia conquistato tre scudetti (1977-1978-1981) negli ultimi cinque anni, oltre al primo trofeo europeo della sua storia (la Coppa Uefa 1977), Gianni Agnelli al Comunale si diverte sempre meno. Quella squadra che gioca e vince «alla tedesca» (solida dietro, efficace davanti) non soddisfa la sua voglia di bel gioco. Alle tre S (Semplicità, Serietà, Sobrietà) che definiscono lo stile Juve, il patron-esteta, grande collezionista di quadri di Balthus e Francis Bacon, vorrebbe aggiungere la F di Fantasia o la G di Genio.

 

Il desiderio di ingaggiare Platini, l’Avvocato lo condivide con il più devoto dei suoi servitori, che del patron è anche l’esatto contrario. Nato il 4 luglio 1928 a Barengo, un austero borgo della provincia di Novara, a soli quindici chilometri da Conturbia, la culla piemontese della famiglia Platini, Giampiero Boniperti è stato l’attaccante più prolifico della Juventus (178 reti segnate in 444 partite), prima di diventarne il temuto presidente. Viso tagliato con l’accetta, collo da torello e sorriso da predatore, Boniperti ha ereditato dai suoi antenati contadini un miscuglio di durezza primitiva e di eleganza azzimata.

 

È lui ad accogliere Michel Platini alla Sisport, la società sportiva della Fiat. Il francese trova Boniperti «piccolo, nervoso, con un sorriso un po’ stereotipato, ma sempre amabile». Insomma, quasi sempre amabile… Perché appena il presidente della Juventus scopre che il suo potenziale acquisto è sbarcato con il proprio uomo d’affari Bernard Genestar, con il presidente del sindacato dei calciatori francesi Philippe Piat e con due avvocati milanesi, quella palla di nervi dai capelli sale e pepe perde qualunque forma di cordialità. Con una logorrea di imprecazioni, Boniperti rispedisce a casa i due uomini di legge, e in tono appena più cortese chiede a Philippe Piat di attendere nella stanza accanto.

 

Di fronte a Platini e Genestar, l’uomo di fiducia di Gianni Agnelli ritrova la calma e sfodera di nuovo il sorriso. Le trattative possono cominciare, sì, ma in che lingua? Con sua grande sorpresa, il figlio di Barengo si rende conto che il nipote di Conturbia parla male l’italiano quanto lui il francese. È dunque in un miscuglio di grammelot transalpino e inglese non propriamente shakespeariano che i vicini novaresi trovano abbastanza in fretta (appena due ore) un accordo di massima sul contratto. Il francese guadagnerà quattrocento milioni di lire (due milioni di franchi) il primo anno, quattrocentoquaranta il secondo, vale a dire due volte più che a Saint-étienne, e senza il pericolo che un «piccolo giudice» italiano venga a ficcare il naso nei conti dell’intoccabile Juventus.

 

Raggiante, Boniperti stappa una bottiglia di Asti. Poi si offre di riaccompagnare i suoi «amici francesi» all’aeroporto di Caselle. Il presidente in persona si mette al volante e chiede all’autista di accomodarsi sul sedile posteriore, tra Genestar e Piat. Quest’ultimo, dopo qualche chilometro, si sporge verso Platini e con discrezione gli fa notare che il dipendente porta alla cintura una magnifica Holster… Seduto davanti, sul lato del passeggero, il futuro numero 10 bianconero vorrebbe prendere un po’ d’aria. «Mi spiace, Michel, ma non si possono abbassare i finestrini di una macchina blindata…» lo rassicura Boniperti prima di schiacciare di nuovo il pedale sull’acceleratore.

 

Piazze porticate, larghi viali ombreggiati, lunghi tram arancioni che scaricano qualche raro passeggero… Tre mesi e una Coppa del Mondo dopo la sua prima «gita» in una limousine blindata, Michel Platini ritrova Torino avvolta nell’afa di un giorno d’estate. Questa volta, il paesaggio non scorre più dietro i vetri oscurati di un veicolo superprotetto. È lo stesso Platini a guidare la sua Range Rover verde, ancora provvista della targa 42 della Loira. Al suo fianco, la moglie Christèle. Sul sedile posteriore, l’altro acquisto della Juventus, il polacco Zbigniew Boniek, che cova con gli occhi la consorte Wieslawa.

 

Platini e Boniek si apprestano a unirsi per la prima volta ai loro nuovi compagni di squadra, dopodiché tutta la truppa partirà per il ritiro pre-stagionale di Villar Perosa, quaranta chilometri a sud di Torino. Stressati, tesi come scolari il primo giorno di scuola, i nuovi assi stranieri della Juventus attraversano una città che sembra abbandonata dai suoi abitanti, fuggiti a dorarsi sulle spiagge dell’Adriatico, le stesse frequentate da bambino da Michel. I corsi Vittorio Emanuele II, Castelfidardo e Re Umberto I sfilano così, praticamente deserti, prima che i quattro passeggeri scorgano ai piedi dello stadio Comunale un assembramento di almeno cinquemila persone. «Deve esserci una manifestazione» suggerisce Boniek. Ma vedendo quegli strani «manifestanti», in bianconero dalla testa ai piedi, precipitarsi urlando verso di loro, le coppie Boniek e Platini si rendono conto della trappola in cui si sono ficcati. «I tifosi hanno cominciato a scuotere la macchina. Sembravano amichevoli, gridavano “Platini! Platini!” o “Boniek! Boniek!”. Ciò non toglie che uscendo dall’auto per raggiungere il pullman Michel e io siamo stati presi dal panico» ricorda il malcapitato Zibì. Per loro fortuna, Claudio Gentile accorre a proteggere i nuovi compagni dall’allegra follia dei tifosi. Nella ressa, Platini deve comunque sacrificare il pullover di cachemire. Lui che ha sempre detestato i bagni di folla si siede sul pullman, il volto pallido, sotto gli sguardi beffardi degli altri giocatori.

 

A Villar Perosa, culla storica della famiglia Agnelli, il francese ritrova la calma e fa conoscenza con i suoi colleghi. Sei di loro (Zoff, Cabrini, Scirea, Tardelli, Gentile e Rossi) si sono appena laureati campioni del mondo con l’Italia. Agli eroi di Spagna, si aggiungono altri due pilastri della Juventus. L’attaccante Roberto Bettega, trentadue anni, alias Bobby Gol o Penna Bianca per via dei capelli prematuramente incanutiti. In seno al club già da dodici anni, ha dovuto rinunciare al Mundial a causa di un brutto infortunio al ginocchio. E Beppe Furino, trentasei anni, alla Juventus da diciassette, indistruttibile siciliano dalla tecnica grezza, diventato tuttavia il capitano della squadra, infaticabile, intransigente, uno dei giocatori preferiti di Giampiero Boniperti.

 

Ma a Villar Perosa, il novellino Michel Platini incontra anche e soprattutto sua maestà Gianni I. Depositato come al solito la mat- tina molto presto da uno dei suoi due elicotteri, il patron della Fiat ha chiesto di incontrare tre giocatori: Bettega, Boniek e Platini. Il suo discorso è tanto conciso quanto chiaro: «Quest’anno, la Juventus deve vincere tutto».

 

Purtroppo per l’Avvocato, la stagione non inizia nel migliore dei modi. Una sconfitta all’esordio in campionato, 1-0 contro la neopromossa Sampdoria, fa sorgere i primi dubbi. Malgrado una rosa da sogno, la Juventus si fa rapidamente staccare in classifica. All’entusiasmo che ha preceduto la partenza verso Villar Perosa subentrano la diffidenza e gli interrogativi. Davanti al Comunale, Platini può ormai parcheggiare la sua Range Rover in tutta tranquillità. Solo qualche raro tifoso lo gratifica con un’amichevole pacca sulla schiena. Nemmeno i compagni di squadra si scapicollano più per salutarlo. Quando Tardelli si degna di parlare del francese, è per chiamarlo «quello là»… «La squadra non andava bene, allora inconsciamente i giocatori pensavano: “Siamo campioni del mondo, e siamo diventati campioni d’Italia senza di lui. Perciò tocca a Platini tirarci fuori dalla merda”» spiega Enzo D’Orsi, che segue la Juventus sul «Corriere dello Sport».

 

Tentando di ambientarsi nonostante la freddezza dell’accoglienza torinese, «quello là» prova dunque la sgradevole sensazione di essere tornato indietro di tre anni. Come al suo arrivo a Saint-étienne, si sente preso di mira dai nuovi compagni, che lo considerano «il cocco del presidente». Platini non reagisce più da «bambino viziato» ma da uomo ferito che vorrebbe apparire vaccinato. «In realtà, alle rogne ti abitui. Prima non sopportavo l’idea di non essere amato. E poi sono arrivato a un punto in cui più le persone mi detestavano, più ero contento. Voleva dire che almeno per loro contavo. Ecco dove mi aveva condotto il calcio e il bisogno di proteggermi…». Cinismo di superficie, malessere in profondità: Michel Platini para i colpi. Il suo primo interrogatorio con i poliziotti della polizia giudiziaria, la diffidenza dei compagni di squadra a Saint-étienne, in nazionale e ora a Torino, hanno reso il suo sguardo meno vivace e i discorsi sempre più sprezzanti. Eppure, sarebbe eccessivo affermare che siano solo gli inconvenienti della fama ad aver forgiato quel «nuovo Platini». Persino ai bei tempi di rue Saint-Exupéry o del liceo Papillon, il simpatico piccolo diavolo possedeva già una certa durezza capace di trasformarsi da un momento all’altro in crudeltà. Con una sorprendente miscela di compiacenza e lucidità, poco prima del Mundial Platini si era lasciato andare a una seduta piuttosto inedita di autoanalisi.

 

«È vero, come dicono, che lei è una persona complicata e lunatica?» gli chiede Gérard Ernault dell’«Équipe», uno dei suoi confessori preferiti.

 

«Sono abbastanza lunatico, è vero. Difficilmente accessibile, anche. Ma non perché guardi gli altri dall’alto in basso per la sola ragione che sono Platini. Sono sempre stato così. Prima non esprimevo la mia irritazione, la facevo sentire. Adesso sono onesto, metto davvero il muso, dico di no. Non c’entra fare la star, è una questione di carattere». Con un carattere più trattabile, Platini avrebbe comunque avuto successo? «Se non prendi le palle che ti passo, comincio a tirartele in faccia» prometteva il più grande giocatore di basket della storia, Michael Jordan, al compagno Bill Cartwright. Oltre al talento, quasi tutti i campioni possiedono innata quella volontà impietosa che ha permesso loro, secondo l’espressione comune, di «sopravvivere», migliori tra i migliori, al termine di una spietata competizione. Dal 1980 al 1985, la psicanalista torinese Angela Ramello, ex atleta (è stata campionessa italiana dei 1500 e degli 800), ha intervistato ventiquattro sportivi di alto livello, tra cui Michel Platini. Con dieci anni di studi e i modelli freudiani, l’autrice di Campione, perché. Infanzia dei grandi atleti del nostro tempo è arrivata più o meno alle stesse conclusioni dei Bragard e del loro buon senso lorenese. «Michel Platini è un essere interiormente freddo, determinato, un vincitore naturale che già con gli altri bambini voleva essere il migliore, il più in vista. Non ha dovuto abituarsi alla sua condizione di campione. È nato così». Quel desiderio di sfondare non è sempre facile da gestire. «I grandi campioni sono il più delle volte degli esseri soli, insoddisfatti, in uno stato di perenne insicurezza». Come se la gloria e il denaro non facessero altro che isolare quei mostri di volontà ed egocentrismo, rafforzando così il complesso «io contro gli altri» indispensabile per superarsi. «Spesso, la paranoia è un mezzo per fare appello e raccogliere le energie in caso di bisogno» analizza un altro psicologo, l’americano Mihály Csíkszentmihályi, che ha studiato in particolare il caso Michael Jordan.

 

Davanti a quelle presunte aggressioni dall’esterno, il Platini che debutta a Torino oppone un volto chiuso, e reprime i propri sentimenti. «Mi piace camuffarmi» riconosce il campione, meno camaleontico di un blocco di marmo. Silenzioso, fissandosi la punta delle scarpe, attraversa come un’ombra, tra due file di tifosi, la stradina che separa gli spogliatoi dal campo di allenamento.

 

Fortunatamente, una semplice riunione permetterà di sradicare il male alla radice: «Prima di Natale, Boniperti ha convocato me e Boniek» racconta Platini. «Il presidente ha cominciato a urlare, e gli ho subito chiesto di calmarsi. Presidente, ci ha preso per le nostre qualità, giusto? E allora perché non ci lascia giocare nei nostri veri ruoli?». In poche parole, gli ultimi acquisti del calciomercato ritengono che il pallone passi un po’ troppo spesso sopra le loro teste. Il famoso realismo juventino che ha finito per annoiare addirittura Agnelli consiste infatti in lunghi palloni scaraventati in avanti dai difensori, ignorando i centrocampisti. Boniek racconta il seguito della conversazione tra Platini e Boniperti. «Michel ha detto: per dare il meglio di me, ho bisogno di agire come distributore di gioco, ruolo già occupato da un altro giocatore». Cioè Beppe Furino, il cocco di Boniperti.

 

Sarà una frase di Gianni Agnelli a mettere tutti d’accordo. Il 16 gennaio 1983, prima giornata del girone di ritorno, l’Avvocato se ne va molto contrariato dalla partita Juventus-Sampdoria, terminata con un pareggio per 1-1. Sul punto di salire sulla sua macchina blindata, Gianni I si premura di proferire una delle battute che i cronisti amano tanto dissezionare e dare in pasto al popolo agnelliano. «Non sono venuto allo stadio per vedere il gioco passare per i piedi di Furino» si adira il patron della Fiat. Una settimana più tardi, contro il Cesena, Beppe Furino non è più tra i titolari. Sotto 2-0 dopo soli venti minuti di gioco, la Juventus accorcia le distanze e poi pareggia grazie a Platini. La riconquista della squadra può finalmente cominciare. A inizio febbraio i bianconeri annientano 3-0 la Fiorentina, con uno «splendido regista» che riceve un 7,5 in pagella dalla «Gazzetta dello Sport». Ma i veri fuochi d’artificio esplodono nel ritorno dei quarti di finale della Coppa dei Campioni contro gli inglesi dell’Aston Villa. Platini segna due delle tre reti bianconere, guadagnandosi titoli ditirambici sui giornali dell’indomani: PLATINI FAVOLOSO, JUVENTUS SUPERSTAR! annuncia per esempio «Tuttosport». L’omaggio più bello, però, l’ex snobbato ora incensato lo riceve dal suo tifoso più fedele. «Il mio cuore operato ringrazia Platini» dichiara Gianni Agnelli, che si è appena sottoposto a un delicato intervento cardiochirurgico.

 

Il palpitante cuore dell’Avvocato avrà meno occasioni per entusiasmarsi nell’ultima parte della stagione. Contrariamente alle sue richieste nel ritiro di Villar Perosa, i bianconeri conquistano solo la Coppa Italia, ossia quasi nulla. Cedono lo scudetto alla Roma e soprattutto falliscono il loro obiettivo principale: la prima vittoria in Coppa dei Campioni. Il 25 maggio 1983, a Atene, i torinesi perdono la finale per 1-0 contro i tedeschi dell’Amburgo. Dapprima imbavagliato dalla sua guardia del corpo, il giovane mediano Wolfgang Rolff, Platini si trasforma in centravanti per l’ultima mezz’ora di gioco. Problema: non riceve più un pallone perché nessuno è in grado di sostituirlo in cabina di regia. Ovvero la dimostrazione per assurdo che la Juventus non può più fare a meno del suo numero 10.

 

Platoche dovrà attendere ancora prima di poter diventare il secondo francese della storia (dopo Raymond Kopa) a vincere una coppa europea. In pochi mesi ha conquistato però un titolo certamente onorifico ma ancora più importante: quello di giocatore preferito di Sua Maestà Gianni Agnelli. In qualità di osservatore privilegiato, Boniperti riassume con uno slogan i legami che uniscono il vecchio piemontese al giovane lorenese: «Se l’Avvocato fosse stato un calciatore, avrebbe voluto giocare come Michel».

 

 

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zanzisap
26 days ago
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