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Forse ci stiamo dimenticando di Rooney

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Il 9 luglio scorso il profilo ufficiale dell’Everton ha annunciato il ritorno di Rooney con un tweet un po’ troppo smielato per i gusti dei tifosi: “once a blue… #WelcomeHomeWayne”.
Il riferimento era al motto “once a blue, always a blue” (“blu una volta, blu per sempre”) che Rooney si era fatto stampare su una maglietta e aveva mostrato ai tifosi dopo un gol oracolare segnato una quindicina di anni fa, quando era un prodigioso teen hero del Merseyside passato direttamente dalla curva alle giovanili dei Toffees.

 

Come spesso accade quando lo storytelling viene sbrigativamente piegato al marketing, il social media manager dell’Everton ha voluto imporre una schematica morale da favola ad un rapporto – quello tra Rooney e le sue origini – in realtà complesso e contraddittorio. Quegli stessi tifosi al cui sentimentalismo si voleva fare appello hanno iniziato a tempestare il tweet di risposte polemiche, immagini di Rooney con la maglia del Manchester United che esulta dopo un gol segnato all’Everton, foto di striscioni che storpiano amaramente lo slogan in “once a blue… now a red. In our hearts you are dead” (“blu una volta… adesso rosso. Nei nostri cuori sei morto”).

 


Qualcuno ha anche postato un video intitolato “The Wayne
Rooney song”, in cui tre bambini entusiasti cantano al papà:
“when you sat in row Z and the ball hits your head it’s
Wayne Rooney”, sulla musica di That’s Amore. Mi ha fatto
troppo ridere per non includerla in questo pezzo.

 

Questa è solo una delle tante ambivalenze della storia di Rooney, un giocatore che sfiora una serie di cliché e categorie archetipiche ma senza finirci dentro fino in fondo: footballer inglese old-style per antonomasia, ma anche giocatore di prodigiosa duttilità e modernità, fuoriclasse in termini assoluti ma gregario in termini relativi di squadra (sembra un paradosso ma è andata proprio così) vincente a livello di club e grande perdente in nazionale, esempio per i compagni e testa calda, bandiera e mercenario.

 

La sua pagina di Wikipedia in inglese si apre con quattro paragrafi fitti dei suoi record, come se gli autori avessero voluto spazzare via in esergo ogni dubbio: miglior marcatore della storia del Manchester United, più giovane marcatore (poi sorpassato da Milner) e secondo miglior marcatore assoluto della Premier League, più giovane esordiente e marcatore della storia della nazionale inglese (il primo record è stato poi battuto da Walcott), miglior marcatore assoluto e secondo giocatore con più presenze (il primato è ancora alla portata visto che gli mancano solo 6 partite in Nazionale per eguagliare Peter Shilton). Unico giocatore inglese insieme a Carrick ad aver vinto tutte le competizioni possibili a livello di club ad eccezione della Supercoppa Europea (se fosse rimasto allo United, se la sarebbe giocata tra meno di un mese contro il Real).

 

Eppure il posto di Rooney tra i grandissimi della sua generazione non è saldo come questa raffica di titoli lascerebbe supporre: la giuria del Pallone d’Oro lo ha sempre snobbato, concedendogli al massimo un quinto posto nel 2011. In questi giorni sui giornali inglesi si trovano diversi sondaggi che chiedono ai lettori se a conti fatti Rooney possa essere considerato una delle “leggende” del Manchester United, come Best, Giggs e Sir Bobby Charlton. Nonostante i record di Rooney, in molti sondaggi prevale il no.

 

A questa sottovalutazione probabilmente contribuiscono la sfortuna di essere contemporaneo di mostri come Messi, Cristiano e Ibrahimovic, le sconfitte in Nazionale e l’irrimediabile insularità del calcio britannico, che anche dopo essersi dotato del campionato più bello e ricco del mondo fatica a sfornare campioni che riescano ad imporsi in modo incontrovertibile al di là della Manica. La freddezza dei tifosi del Manchester è invece da ricollegarsi a una serie di uscite infelici di Rooney, e in particolare a una richiesta di trasferimento nel pieno degli anni d’oro che per modalità e tempistiche non gli è stata mai perdonata del tutto.

 

Viene però anche da chiedersi quanto abbiano pesato sulla sua carriera le aspettative generate da una gioventù paranormale. Rooney è stato probabilmente il miglior sedici/diciassettenne del calcio contemporaneo. Né Cristiano, né Messi, né tantomeno Ibrahimovic a quell’età mostravano lo stesso vertiginoso potenziale, la stessa sfrontatezza, la stessa capacità di stare in campo con gli adulti e batterli senza fatica al loro stesso gioco, come Rimbaud adolescente che si rivela umiliando i poeti parnassiani alla loro stessa serata.

 

È possibile che in un certo senso la pur grande carriera del Rooney reale sia stata messa in ombra dalla competizione impossibile con il Rooney immaginario proiettato nella fantasia dei tifosi da quelle incredibili prime annate?

 

The man behind the goals

Quando nel 2015 Rooney ha segnato contro la Svizzera il cinquantesimo gol in Nazionale diventandone il miglior marcatore di tutti i tempi – il più paradossale tra i suoi record individuali, visto che la sua carriera in Nazionale è stata una sequenza di sfortune, errori e delusioni – la BBC lo ha celebrato mandando in onda un documentario di un’ora intitolato “Rooney – The man behind the goals”. Realizzato nello stile sobrio e antisensazionalistico tipico della TV pubblica britannica, il documentario racconta la carriera di Rooney attraverso la narrativa del ragazzo molto normale a cui succedono cose molto speciali. Lui sembra quasi compiaciuto di definire boring la sua vita fuori dal campo, assaporando il gusto esotico di una parola che probabilmente gli suona strano associare a sé stesso. Ha una moglie molto più loquace di lui, due figli piccoli che scorrazzano in scarpette da calcio e divisa da gioco numero 10, una casa grande e luminosa che sembra abitata da uno che non ha un’idea precisa di cosa fare di tutti i soldi che guadagna. Ci sono un tavolo da biliardo, un juke box, un frigo bar e un bancone con gli sgabelli da pub, una collezione di chitarre autografate con dedica da gente come Paul McCartney e Noel Gallagher. Rooney sembra avere pochissima confidenza con questi oggetti.

 

 

La cosa più sorprendente però è il contrasto tra il fascio di muscoli e carisma che siamo abituati a vedere in campo e il ragazzo lentigginoso in jeans stretti e maglietta aderente che vediamo giocare coi figli e ammettere con un sorriso che “quella forte in famiglia” è sua moglie. Fuori dal campo Rooney sembra molto più giovane dei suoi trent’anni, è intimidito dalle telecamere e distoglie continuamente lo sguardo dall’obiettivo con una specie di sorriso da discolo. C’è un momento in cui il montaggio alterna i primi piani del Rooney sedicenne che esulta per il suo primo gol in Premier League e di quello odierno che si lascia lusingare dai ricordi, e si rimane impressionati da quanto poco sia invecchiato il suo volto. Se non fosse per due fasci sottili ma nitidi di rughe sotto gli occhi, non sarebbe semplice distinguere il Rooney del 2002 da quello del 2015. Credo che queste immagini siano rivelatrici di un lato poco discusso ma decisivo per la personalità e la carriera di Rooney, un lato svelato dall’atteggiamento di Rooney nei confronti del giornalista che lo intervista, e perfino della moglie, da una specie di timidezza fiduciosa che in realtà si basa sulla certezza di godere dell’incondizionata attenzione di tutti i presenti: il documentario della BBC è in realtà un documentario su un ex bambino prodigio.

 

Everton – L’apparizione

Nato a Croxteth, sobborgo popolare di Liverpool sorto dall’ondata immobiliare del dopoguerra e presto diventato una delle zone più povere e difficili del Merseyside, Wayne è il maggiore dei tre figli di Thomas Wayne sr. e Jeanette, addetta alla mensa della scuola locale dove Wayne conoscerà da bambino la sua futura moglie Coleen McLoughlin. Quasi tutti gli aneddoti che conosciamo sull’infanzia di Rooney hanno a che vedere con il calcio, perché già alle elementari è un piccolo fenomeno che attira la curiosità di tutto il quartiere. Nei campionati locali gioca sotto leva ma mantiene una media di un centinaio di gol a stagione. A nove anni entra nelle giovanili dell’Everton, la squadra che ha imparato a tifare da suo padre. Macina record nei tornei giovanili diventando una specie di precoce local hero, e appena può va a tifare per la prima squadra nel Ground del Goodison Park.

 


La clip di un gol di Rooney in un imprecisato torneo giovanile,
che rende bene l’idea del suo dominio sui coetanei.

 

Le grandi d’Inghilterra provano ad approfittare delle anguste finestre lasciate aperte dal regolamento per il mercato dei giocatori minorenni. Tra i quattordici e i quindici anni di età Rooney rifiuta più volte il Liverpool e il Manchester United. Quando segna in finale di Youth FA Cup contro l’Aston Villa mostra ai tifosi una maglia con scritto “Once a Blue, Always a Blue”, che come abbiamo visto in seguito lo perseguiterà.

 

Once-a-Blue

 

All’inizio della stagione 2002/03 Rooney ha solo sedici anni, ma è stato aggregato alla prima squadra in precampionato e ha segnato 9 gol in 8 partite. Il suo esordio in Premier League è nell’aria. L’Everton, che festeggia in modo un po’ dimesso la centesima partecipazione alla prima divisione inglese, è una squadra modesta che ha confermato per buona parte una rosa che l’anno prima ha dovuto lottare per non retrocedere. I giocatori più rappresentativi sono il danese Gravesen, lo scozzese Ferguson e il centravanti canadese Radzinski. Il nuovo allenatore, David Moyes, sembra però avere nuove idee e il coraggio di metterle in pratica. A convincerlo a puntare su Rooney è soprattutto – racconterà in seguito – un gol segnato in allenamento in pratica dalla linea di fondo, saltando un difensore e poi superando il portiere con un pallonetto da angolazione impossibile: «I membri dello staff stavano guardando e subito dopo iniziarono a scambiarsi occhiate, tutti con la stessa espressione che significava: ‘Avete visto anche voi? È successo davvero?’ Nessuno ha gridato ‘che gol!’, probabilmente tutti si stavano chiedendo se Rooney potesse davvero averlo fatto apposta».

 

Il 17 agosto 2002 con il Tottenham Rooney è titolare dal primo minuto. Le aspettative sono altissime e l’esperto difensore Unsworth, cresciuto nel club e tra i pochi reduci dell’ultima epoca aurea dell’Everton a metà degli anni novanta, dichiara alla vigilia che Rooney è un crack “come Michael Owen, e forse qualcosa in più”.

 

Di quell’esordio non ho trovato video online, ma il tabellino ci segnala che Rooney realizzò l’assist per il gol del vantaggio segnato da Pembridge, e nel complesso mise in campo una prestazione sensazionale. Secondo il cronista dell’Independent Rooney è, per l’ora in cui resta in campo, «il tormento del Tottenham e l’attrazione dell’Everton», capace di «mettere insieme uno spettacolo di intelligenza e forza che ha sorpreso anche i sognatori». L’articolo fotografa già molti aspetti del gioco di Rooney che diventeranno familiari al grande pubblico, dalla “rapidità del gioco di gambe” allo “stile di gioco diretto” interrotto improvvisamente da picchi di “pensiero laterale” che portano “devastazione” nelle difese avversarie.

 

La sensazione è immediata nel Regno Unito, e in poche settimane dilaga in tutta Europa. La partita è di quelle perfette per l’investitura: l’Everton ospita a Goodison Park l’Arsenal dei record, campione in carica e imbattuto da 30 partite in campionato. Parliamo per intenderci della squadra di Henry, Vieira e Bergkamp, che si è appena rafforzata con il controverso acquisto di Sol Campbell dal Tottenham.
Rooney assiste dalla panchina all’immediato vantaggio dell’Arsenal segnato da Ljungberg e al pareggio di Radzinski. A dieci minuti dalla fine, con l’Arsenal in pressione, Moyes lo manda in campo. La sua prima azione è un pressing da toro inferocito che costringe Campbell a spazzare in affanno ed esalta i tifosi dell’Everton.

 

Poco dopo il novantesimo, Gravesen calcia in avanti una pallaccia a campanile che fa tanto calcio inglese, Rooney la insegue e allunga il collo del piede verso il punto di caduta come se volesse tentare lo stop a seguire, e invece inchioda la sfera sul posto come se fosse una palla medica, forse apposta o forse no. I difensori dell’Arsenal sono presi in controtempo e continuano ad arretrare lasciando a Rooney lo spazio per una piccola giravolta – Rooney per un attimo si ritrova la palla alle spalle, ma se la risistema subito con una sequenza di movimenti talmente rapida, fluida ed essenziale che in un certo senso il gesto tecnico scompare – per preparare la conclusione da venti metri. Colpita di collo interno la palla schizza verso l’alto, poi si piega come un tratto di penna e va a scavalcare il tuffo di Seaman, carezzando la faccia interna della traversa prima di entrare in porta.

 

«Wayne Rooney! Remember this name!» urla il cronista, a cui mancano le parole descrivere quello che è appena successo in campo. Come chiunque altro è sopraffatto dall’esibizione di forza, tecnica, coraggio e volizione da parte di un ragazzino che non ha ancora l’età per guidare la macchina e come in un cartone animato ha sconfitto con un gesto del tutto individuale una squadra di marziani. Rooney corre verso la linea laterale e poi scompare sotto gli abbracci dei compagni: è uno di quei momenti in cui la grammatica del calcio diventa universale e anche uno spettatore ignaro, guardando le immagini, può capire che è successo qualcosa di incancellabile.

 

Non è finita: una manciata di secondi dopo la ripresa del gioco, sul fronte opposto dell’attacco dell’Everton, Rooney raccoglie la respinta corta di un difensore dell’Arsenal. Si accentra, finta il tiro da distanza e angolazione proibitive ma il clima psicologico è ancora talmente saturo della prodezza precedente che il difensore dell’Arsenal ci casca e si fa saltare, poi da venti metri Rooney scava sotto il pallone con il collo esterno del piede e disegna un lob che scavalca nuovamente un Seaman del tutto disorientato, che ormai ha l’aria di chiedersi se sia solo un brutto sogno. La palla scende verso l’incrocio dei pali e si abbassa con una frazione di secondo di ritardo, raccolta morbidamente dalla parte superiore della rete. Pochi centimetri di imperfezione che in un certo senso ci fanno tirare un sospiro di sollievo, rassicurandoci sulla natura umana dello spettacolo a cui abbiamo appena assistito.

 

 

A fine partita Wenger definisce Rooney senza mezzi termini come “il talento più limpido” che abbia visto da quando allena in Inghilterra. «Ha tutto ciò che si possa desiderare: intelligenza, reazioni rapide, forza nella corsa palla al piede». Anche Moyes fa dichiarazioni del genere, ma il suo entusiasmo è smorzato dal peso della responsabilità: «Guardo al modo in cui Sir Alex Ferguson gestì l’esplosione di Ryan Giggs con i media. Rooney è un bravo ragazzo, stamattina è venuto con me a vedere la partita dell’Under 17. Quello che gli sta succedendo non gli ha dato alla testa, si comporta da persona normale».

 

Di normale però in quello che Rooney continua a fare in campo non c’è nulla. Due settimane prima dell’esplosione con l’Arsenal Rooney aveva segnato in League Cup contro il Wrexham il suo primo gol e la sua prima doppietta da professionista.

 

 

Le azioni dei due gol si somigliano, soprattutto perché in entrambi i casi Rooney sembra qualcosa di inarrestabile come un proiettile o un missile intelligente che punta verso la porta con forza e velocità tali da ridicolizzare qualsiasi tentativo di opposizione. Nel primo caso su rinvio del portiere spiazzato dal contrasto aereo tra un compagno e un difensore Rooney si infila tra due avversari, porta avanti palla con la suola come se avesse le piante dei piedi sensibili come i palmi delle mani e poi aspetta che il portiere sia a metà strada nell’uscita per piazzargli il pallone in mezzo alle gambe.

 

Qualche minuto dopo parte dalla lunetta di centrocampo per inseguire un passaggio in profondità sulla destra, raccoglie palla sulla trequarti, si accentra andando incontro a un difensore e lo salta sull’esterno con un dribbling che definirei rugbistico (“provo a evitarti ma male che vada ti abbatto con una spallata”). Infine supera l’uscita stavolta disperata del portiere con la stessa freddezza da veterano di prima.

 

Nelle due stagioni all’Everton Rooney segnerà 17 gol, un bottino enorme per un minorenne, ma soprattutto darà continuamente questa sensazione di furia elementale, come se ogni volta che riceve palla sulla trequarti potesse scatenarsi qualcosa di magnifico e terribile come un uragano. Con Rooney il calcio si rivela appieno come uno sport che si gioca su un terreno accidentato – il calcio visto in TV sembra giocato da acrobati su un panno da biliardo, ma chi ha giocato sa che in realtà è uno scontro tra lottatori su un campo minato – dove più che la capacità atletica lineare conta la capacità di esaltarsi in un ambiente ostile, di portare la palla a destinazione controvento o sotto il bombardamento. Come negli sport di puro contatto – la boxe, le arti marziali – le inquadrature migliori per capire la forza di Rooney sono quelle molto strette, quando la telecamera gli arriva quasi addosso e lo vediamo scivolare pressato da due avversari, fermare la palla con lo stinco, agganciarla col malleolo e poi rialzarsi di scatto e scivolare via, proprio quando sembrava non potesse ritrovare l’equilibrio. Gli avversari hanno l’aria esitante e sgomenta dei marinai che devono decidere se lasciar andare una cima che si è snodata o provare a fermarla scorticandosi i palmi delle mani.

 

Guardate ad esempio la giravolta d’esterno da fermo, spalle alla porta, con cui irride un difensore del Leeds aprendosi il campo per quello che secondo me è il suo gol più bello all’Everton.

 

 

E guardate anche il modo in cui prepara la conclusione mettendo in fila i difensori avversari in una terra di nessuno in cui non servono a nulla, paralizzati dall’incertezza tra restare a guardare Rooney e tentare l’intervento sapendo che non servirà a niente.

 

Il gol che invece rende meglio l’idea della straordinaria tecnica spontanea, grezza nel senso migliore del termine, di Rooney, è quello segnato contro l’Aston Villa. Il collo sinistro al volo con palla che resta radente all’erba e si infila nell’angolino, un gesto che fa pensare a un geniale musicista di strada che riesce a tirare fuori cose straordinarie da un pianoforte usato e un po’ scordato.

 

 

The savior

Quando Rooney irrompe nel calcio professionistico in una nuvola di scintille, il calcio inglese si trova a un punto particolarmente basso della propria parabola, comunque stabilmente depressiva da quasi mezzo secolo. Fuori ai quarti agli ultimi Mondiali, ai gironi agli Europei del 2000, agli ottavi ai Mondiali del ‘98, la Nazionale dei “tre leoni” è una lega incompiuta di campioni carismatici che però non hanno le caratteristiche tecniche per “spaccare” le partite (Ferdinand, Campbell, Scholes, Beckham) e giocatori sopravvalutati o semplicemente mediocri.

 

La spedizione agli europei del 2004 agli ordini di Sven Goran Eriksson promette però qualcosa di diverso, grazie a una nuova generazione di talenti di caratura internazionale tra cui Steven Gerrard, Frankie Lampard, John Terry, Ashley e Joe Cole. Rooney appena diciottenne è la novità più intrigante, schierato in attacco accanto a un Michael Owen appena uscito dalla prima raffica di quegli infortuni che finiranno per devastargli la carriera, ma ancora sufficientemente integro da essere in procinto di passare al Real Madrid.

 

Dopo l’incredibile sconfitta in apertura di torneo con la Francia (in vantaggio fino al novantesimo, l’Inghilterra prende due gol da Zidane nel recupero) Rooney si prende la scena internazionale con la stessa facilità da predestinato con cui si è già preso quella inglese. Contro Svizzera e Croazia segna due doppiette con un assortimento di tempi, sensibilità e intensità da lanciatore di coltelli: di testa, incastrando la palla tra palo e portiere come un cuneo, piegando le mani a Butina da 20 metri e poi mettendolo a sedere dopo essersi aperto lo spazio verso la porta dettando un uno-due al compagno all’altezza della lunetta del centrocampo, Rooney sembra disporre di una conoscenza innata di ogni nota concepibile sullo smisurato spartito di una partita di calcio.

 

 

L’Inghilterra passa il girone e arriva ai quarti contro il Portogallo trascinata da un entusiasmo assoluto. Rooney è il simbolo del desiderio di riscatto calcistico di una nazione intera, e nei cori dei tifosi e sui giornali il termine che viene più spesso associato al suo nome è “savior” (“salvatore”). La misura dell’entusiasmo fanatico scatenato dalle sue prestazioni è riassunta dal titolo di un articolo del Guardian (non certo un tabloid aduso a toni sensazionalistici) ispirato da una dichiarazione di Eriksson: “Is Rooney the new Pele?”.

 

Anni dopo, nel documentario della BBC di cui ho parlato qualche paragrafo fa, Rooney ricorderà di aver provato un senso di invincibilità, un’irrazionale quanto granitica certezza che nessuno avrebbe potuto impedirgli di segnare in ogni partita e di portare l’Inghilterra alla vittoria finale.

 

Contro il Portogallo Owen segna dopo tre minuti e l’Inghilterra tiene gli avversari alle corde cercando il raddoppio. Intorno al ventesimo minuto un pallone lungo spiove verso la difesa portoghese. Sarebbe lento e innocuo se a inseguirla ci fosse chiunque altro, ma c’è Rooney, che manda in confusione Jorge Andrade spingendolo a saltare a vuoto, gli gira intorno correndo a velocità doppia ed entra in area riuscendo a mettere il corpo tra Andrade e il pallone.

 

La palla rimbalza altissima e poi cade di nuovo verso terra, tra i due giocatori c’è uno scontro confuso, come un tamponamento fianco a fianco tra due auto da corsa, e l’arbitro fischia inspiegabilmente fallo contro Rooney.

 

 

Rooney si ferma con la palla tra i piedi. Solo gli spettatori molto vicini o dotati di supervista si sono accorti di un dettaglio: uno scarpino è volato via nel contrasto con Andrade e adesso il piede destro di Rooney è scalzo. Il replay chiarisce la dinamica, con la caviglia destra dell’attaccante inglese che si piega nel cambio di direzione e finisce per un attimo sotto i tacchetti del difensore portoghese. Rooney avverte il dolore con qualche decina di secondi, o forse addirittura qualche minuto di ritardo. Resta in campo con il volto contratto in una smorfia ma gli occhi ancora iniettati di spirito agonistico, come se al di là della sensazione fisica non avesse compreso razionalmente quello che sta succedendo. «Potrebbe essere un infortunio ai legamenti» mormora sgomento il telecronista inglese, riguardando il replay per l’ennesima volta. Rooney esce dal campo qualche minuto dopo, zoppicando a testa bassa.  Il Portogallo pareggia a 5 minuti dalla fine e va in vantaggio con Rui Costa nel secondo tempo supplementare. All’ultimo respiro Lampard pareggia e tiene viva l’Inghilterra fino ai rigori, dove una sorte particolarmente crudele fa commettere proprio a Vassell, entrato in campo al posto di Rooney, l’errore decisivo.

 

Come nell’Iliade, il destino dell’eroe determina quello della battaglia. Quel che è peggio, Rooney non riuscirà mai più a ricucire il tessuto del sogno che si strappa in questo momento. Sempre presente in Nazionale nei successivi tredici anni, nonostante i record individuali e le ottime prestazioni (o forse proprio a causa di esse) Rooney sarà il volto da copertina e il capro espiatorio di alcuni dei momenti più bassi e deprimenti della storia della Nazionale inglese: dalla mancata qualificazione agli europei del 2008 alle figuracce dei mondiali 2010, quando Rooney uscendo dal campo sibilò in una telecamera: “che bello sentire i tuoi stessi tifosi che ti fanno boo”, scatenando infinite polemiche. Dall’uscita ai quarti agli europei 2012 a quella senza vittorie dai mondiali 2014, fino alla recente catastrofe sportiva dell’eliminazione dagli Europei per mano dell’Islanda a Nizza.

 

Più doloroso e controverso di ogni altro resta il fattaccio di Germania 2006, di nuovo contro il Portogallo, quando nel momento decisivo per una Nazionale fortissima – Gerrard, Lampard, Terry e tutti gli altri sono maturati di altri due anni rispetto a Euro 2004, e sono davvero all’apice della carriera – Rooney ha la prima vera deflagrazione caratteriale della carriera, rifilando un pestone violentissimo all’inguine a Ricardo Carvalho. Uno scatto aggressivo che rovina una protezione di palla col corpo tra due avversari quasi eroica. L’arbitro non sembra intenzionato ad espellerlo finché non irrompe sulla scena Cristiano Ronaldo, compagno di squadra di Rooney al Manchester, che si sbraccia e mima il pestone, e subito dopo viene sorpreso dalle telecamere mentre fa l’occhiolino alla propria panchina.
Un episodio sul quale la stampa inglese naturalmente ricamerà fino allo sfinimento, e che introduce bene due questioni: quella del carattere di Rooney e quella del suo ruolo nel Manchester di quegli anni.

 

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zanzisap
11 days ago
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L’umanità ha un po’ rotto i coglioni

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L’umanità, francamente, ha un po’ rotto i coglioni. Lo dicono i telespettatori di Sky che interpellati con un sondaggio da telecomando, in schiacciante maggioranza, dicono che basta, è ora di finirla. Lo dicono i cittadini intervistati per strada, i colleghi di lavoro al desk lì accanto, le signore anziane dal fruttivendolo. Non so quando tutto questo sia iniziato, forse è perfino troppo complicato chiederselo. Magari è accaduto quando abbiamo iniziato a diventare “ricchi” (dove le virgolette servono a chiarire l’iperbole della ricchezza individuale in un Paese comunque con le pezze al culo) oppure quando ci è parso di essere sotto attacco (anche se, volendoli leggere, i numeri dicono cose abbastanza diverse). In ogni caso non mi pare esistano grandi dubbi che questo sia oggi il sentimento diffuso degli italiani sul tema migranti. Che sia merito delle intense e indecenti campagne disinformative della politica o della mediocrità dei media, che dipenda dalla nostra disperata necessità di sentirci protetti o da altre più complesse motivazioni culturali, il dato di fatto è che gli italiani, con il piccolo individualismo che li contraddistingue, ciò che impedisce loro – da sempre – di sentirsi “un Paese”, dei migranti non ne possono più.

Così non è strano che la politica li segua a ruota. Lasciando perdere per un momento quelli che del tema “stranieri” hanno fatto da anni un cavallo di battaglia, come i leghisti fin dai tempi in cui Borghezio girava per i treni regionali disinfestandoli dalle nigeriane con una bomboletta spray, non dovrà meravigliarci che perfino il governo del PD arda dal desiderio di interpretare i desiderata dei propri elettori. Il codice di comportamento delle ONG in mare ne è un esempio molto chiaro, il Ministro Minniti, che così tanto apprezzamento riceve negli uffici e dal fruttivendolo, ne è il perfetto interprete. Se domani Skytg24 indicesse una consultazione fra le patate da divano sul Ministro sono certo che gli apprezzamenti popolari andrebbero alle stelle. Perché l’umanità, francamente, non è più da tempo moneta di scambio fra la politica e i suoi elettori. È un sacchetto di rifiuti rancido del quale tutti cercano di liberarsi al più presto.







Così non è strano che una sindaca del PD di Codigoro pubblichi una lettera minatoria con il timbro del Comune rivolta ai cittadini che intendano aiutare i profughi e che nel suo partito, di fatto, non succeda nulla se si eccettua una fraterna tiratina di orecchie di “Matteo-aiutiamoli-a-casa-loro-Renzi”, raro esempio di boyscout che all’accoglienza e alla solidarietà da qualche tempo preferisce i fax verso numeri a caso del centro-africa: luoghi nei quali verosimilmente avranno finito la carta e nessuno leggerà nulla.

È una politica miserabile quella che annusa l’aria e poi sceglie di conseguenza. Ne avevamo a disposizione già discreti esempi; non sentivamo il bisogno che il PD si accodasse in maniera tanto ordinata. E se simili scelte coinvolgono e ostacolano intenzionalmente i migliori di noi, da Medici senza Frontiere ai rari esempi di italiani solidali verso il prossimo più sfortunato, è doppiamente miserabile. È una politica che ha perso ogni aspirazione di farsi interprete di una idea e che semplicemente governa il tempo reale senza troppi imbarazzi. Nulla di quello che dicono e fanno oggi questi signori potrà servirci in futuro per poter entrare dal fruttivendolo senza vergognarci di noi stessi.

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zanzisap
14 days ago
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O c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Intervista a Elena Gerebizza sul Trans Adriatic Pipeline (TAP)

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L’associazione Re:Common da sempre si occupa di grandi opere inutili, distruzione dei territori, politiche energetiche.
Recentemente ha curato la pubblicazione di L’alleato azero, una graphic novel illustrata da Claudia Giuliani in cui è raccontata la storia di Khadija Ismayilova, giornalista che ha patito il carcere a causa del suo lavoro di inchiesta sugli interessi e i traffici di Ilham  Aliyev, presidente azero, e della sua famiglia. Il 20 giugno scorso abbiamo intercettato Elena Gerebizza, che di Re:Common è parte integrante, al CSOA Gabrio di Torino e le abbiamo posto delle domande sulla questione TAP e su L’alleato azero.

 

AM: Del TAP si è molto parlato a proposito del suo approdo sulle coste pugliesi, ma il progetto prevede di rifornire Nord Italia e Centro Europa, passando inevitabilmente per l’Appennino. A che stato di avanzamento è il progetto su questa parte, e quali sono gli impatti previsti? È vero che il gasdotto passa nell’area interessata dal sisma in centro Italia?

EG: Il TAP si ferma a Melendugno, almeno secondo la descrizione “istituzionale”, cioè la descrizione del progetto data dai governi e dal consorzio TAP. La verità è che se uno guarda veramente cosa stanno costruendo, questo corridoio che nasce in Azerbaigian – e che dovrebbe nascere addirittura in Turkmenistan, ma per ora non sono riusciti a trovare un accordo – arrivato in Italia, da Melendugno prosegue verso nord e cambia nome e quindi la VIA (Valutazione di impatto ambientale) ha un iter diverso, però di fatto è un corridoio unico che quindi punta a prendere gas dall’Azerbaigian – e da altri luoghi forse, perché l’Azerbaigian non ha le riserve che sostiene d’avere – e trasportarlo verso l’Europa. Un’Europa abbastanza indefinita, perché di fatto non c’è un bisogno reale che motivi la richiesta di questo gas. C’è l’idea di costruire un grande mercato del gas in Europa, idea guidata non dalla valutazione reale di quel che serve in Italia e negli altri paesi dell’Unione Europea, ma piuttosto dall’idea del “costruiamolo così ci facciamo i soldi”, facciamolo perché siccome sta finendo il petrolio abbiamo bisogno di trovare un’altra merce da rendere una commodity,  come viene denominata, in modo che possa essere una sorta di base materiale per costruire poi un ulteriore sviluppo dei mercati finanziari radicati sul commercio di gas.

Il problema qual è, però? Mentre il petrolio è facilmente trasportabile, infatti una volta estratto e caricato su una nave lo muovi come vuoi, il gas ha bisogno di essere liquefatto e rigassificato se lo trasporti via mare, o se lo trasporti su terra abbisogna di infrastrutture di un certo tipo, per cui l’investimento che va fatto è enorme. In più, quello che il privato vuole è che questo investimento sia pagato dal pubblico, perché questi soggetti privati sostengono “noi ci preoccupiamo, per il bene di tutti, di trovare il gas, voi dovete costruire le vie di trasporto e tutte le infrastrutture necessarie”. Non si tratta solo di gasdotti, ma vediamo – sia nella tratta sud, che va dall’Azerbaigian a Melendugno, che nella tratta appenninica – che è prevista anche la realizzazione di centrali a compressione spinta e depositi del gas, quindi è una cosa molto articolata. La domanda vera è: ammesso che questo pubblico decida di pagare, ha i soldi per farlo? Perché comunque queste sono tutte risorse che se mettiamo lì non mettiamo da altre parti. Nel caso del TAP si sta vedendo che in realtà queste risorse, al momento, ancora non sono state messe sul tavolo. Le richieste sono state fatte, a diverse banche pubbliche europee, ma ancora i prestiti non sono stati concessi.

Per la tratta appenninica la vicenda è iniziata più o meno nello stesso periodo storico, perché il momento in cui si è pensato il TAP è anche il momento in cui si iniziava a sviluppare, come idea, la rete adriatica, poi quest’ultima è partita prima, perché l’hanno astutamente divisa in blocchi e quindi hanno provato ad avviare la realizzazione nelle tratte dove era più semplice costruire questo tubo, sempre partendo dal fatto che nessuno è stato realmente informato su quello che si stava costruendo in quel territorio. È mancata l’informazione su cos’era, quale livello di rischio comportava, a chi serviva o meglio, se serviva o non serviva a qualcuno.

AM: Il primo promotore dell’opera chi è stato?

EG: Un primo promotore è difficile trovarlo, però sicuramente chi vuole costruire questi gasdotti, ma anche le altre infrastrutture che si stanno costruendo oggi in Europa, sono principalmente società di distribuzione del gas e società che fanno trading di gas. Comprano e vendono, sui mercati finanziari europei e globali. Nel caso di TAP, ad esempio, tutto è partito da una società svizzera, che oggi si chiama Axpo Trading e all’epoca si chiamava EGL, che aveva poi una EGL Produzione Italia, che principalmente fa compravendita di gas, era cioè il ramo dedicato al trading di quella società. Da lì è partita l’idea. Nel caso della rete adriatica è la SNAM, la nostra società di bandiera, a partecipazione pubblica, che principalmente però fa distribuzione del gas in Italia ma che si interessa anche di comprare e vendere gas sui mercati, quindi c’è proprio questa distinzione netta tra quella che è la distribuzione vera, quella che porta il gas nelle nostre case, e invece tutto quello che sono solamente transazioni finanziarie che sono completamente distinte dal mondo reale nostro.

AM: Dicevi prima che ci sono delle sezioni per cui i lavori sono stati già avviati.

EG: Già nel 2012 era partita la macchina per iniziare a costruire alcune tratte di quella che si chiama rete adriatica, questo gasdotto che dovrebbe attraversare quasi tutto l’Appennino, per una lunghezza di circa 740 chilometri. La parte più complessa, che infatti è quella dove non è partita la costruzione, è quella che interessa principalmente l’Appennino  eva da Sulmona a Foligno, attraversa le zone sismiche. Lì oltre al gasdotto si deve costruire anche una centrale a compressione spinta, perché c’è un dislivello significativo da superare, con un rischio serio per chi vive in quel territorio.

Incidenti relativi a gasdotti ce ne sono, anche abbastanza frequenti, non è una cosa rara. Il punto è dove si trovano questi gasdotti e che tipo di sistema di sicurezza è stato messo in atto. Se tu riesci a dirmi che un gasdotto riesce a essere costruito in esenzione della Direttiva Seveso – la normativa europea che guarda al rischio industriale e anche a quello cumulativo – significa che comunque tu lo consideri a rischio molto basso. Però se questo gasdotto attraversa zone dove ci sono altri tipi di produzioni industriali, oppure se fai una centrale che di fatto contiene del gas e quindi diventa un impianto industriale vero e proprio, e mi dici che lo fai in esenzione della Direttiva Seveso allora sì che mi preoccupo. Mi preoccupo perché significa che non è stato studiato nulla per prevenire il rischio e anche per intervenire nel momento di un incidente, per cui questo è uno dei temi caldi posti sia dalle comunità salentine che da tutti gli altri sulla dorsale appenninica, come anche da chi vive in Grecia o altri paesi coinvolti.

Non è chiaro come la vicenda verrà gestita a livello complessivo, per adesso il progetto del TAP è stato fatto tutto in esenzione alla direttiva Seveso, perché dicono che la direttiva non serve applicarla. E considerando le molte forzature nell’autorizzazione del TAP, questo non è per niente rassicurante.

AM: Questo gas ci serve realmente?

EG: No, non ci serve e non ci serviva neanche quando hanno iniziato a pensare di costruire questi gasdotti. Non ci serve perché i consumi del gas sono diminuiti nel tempo, adesso stiamo a livelli più bassi del 2008, non ci serve anche perché di fatto in Europa le infrastrutture per trasportare gas già ci sono, così come i depositi di gas. Il punto è che quel che si cerca di costruire adesso è un altro sistema di distribuzione e stoccaggio che di fatto dovrebbe essere quello più funzionale ai mercati finanziari o a come loro vedono il mercato del gas, che appunto è ancora tutto in divenire. A noi non serve, ma a qualcuno altro potrebbe servire. Il punto è chi è questo qualcuno altro e se è giusto che l’intero territorio europeo, e anche fuori dai confini dell’Europa, venga ridefinito completamente in funzione di interessi che di fatto sono speculativi, sono interessi privati e privatistici e non hanno niente a che fare con quello che noi desideriamo per il nostro presente né per il nostro futuro.

AM: I territori interessati dal gasdotto avrebbero dei benefici, fosse anche in termini di compensazioni?

EG: I soldi sono stati offerti, c’è chi li ha presi e chi li ha rifiutati. E comunque il punto è tu cosa stai compensando, cioè mi compensi perché? Perché avevo una terra e adesso ci passa un gasdotto e io non posso coltivare più, oppure mi compensi per l’impatto complessivo che il passaggio di quel gasdotto comporterà su tutto il territorio? Per cui nel caso del Salento è proprio la vocazione complessiva di un territorio che adesso è orientato alla tutela dell’ambiente sia per un certo modello agricolo che di sviluppo turistico e che invece verrebbe completamente stravolto se si inizia a costruire un progetto che non è solo il gasdotto, ma è proprio tutto lo sviluppo industriale che porterà con sé. La stessa cosa vale per l’Appennino, quindi sono compensazioni che non compensano per niente. E poi la domanda vera è se veramente pensiamo che dei soldi che possono essere offerti in realtà sono quello che le persone vogliono quando si trovano a perdere tutto il resto, cioè a perdere il loro modo di vivere, a perdere tutto quello che è stato costruito lì negli anni perché qualcosa di nuovo arriva e stravolge tutto.

AM: Si tratterebbe sostanzialmente di una lunghissima ferita, con una fascia di rispetto e tutta una serie di impianti…

EG: Certo, sì. Perché comunque la fascia di media è una fascia di 40 metri dove assolutamente non si può fare niente, ma che poi si allarga, perché c’è la fascia di sicurezza, dove non ci possono essere edifici, non ci possono essere coltivazioni di tipo permanente, cioè tutte le attività che si svolgono su quel territorio vengono influenzate da questo progetto, che non va assolutamente nell’interesse di chi il territorio lo vive, anzi… se guardi all’Appennino, se già c’è un problema di spopolamento, o comunque di come un po’ alla volta le persone vengono allontanate, un progetto di questo tipo una volta che tu inizi o ad affittare la terra con concessioni di 20/30 anni, o addirittura a fare espropri, un po’ alla volta forza le persone ad allontanarsi.

AM: A che punto è la realizzazione del gasdotto nelle altre nazioni toccate dal progetto?

EG: In Grecia e in Albania sono avanzati molto in quella che è tutta la fase di precostruzione che vuol dire acquisire le terre, togliere quello che si trova in superficie e iniziare a preparare per la posa dei tubi. La costruzione vera e propria non è ancora realmente iniziata, se non un po’ a macchia di leopardo. In Grecia l’abbiamo visto nella prima decina di chilometri nei pressi del confine turco, dove di fatto non vive quasi nessuno.
Però sia in Grecia che in Albania ci sono ancora problemi seri proprio rispetto all’acquisizione delle terre. Nella provincia di Kavala in Grecia c’è una striscia di dieci chilometri dove i contadini non sono in nessuna maniera intenzionati a vendere o a concedere affitti o passaggi sulle loro terre. Per adesso quella zona lì non è stata toccata. Loro hanno addirittura fatto denuncia contro le società che hanno cercato di entrare con le macchine e quindi è tutto fermo.

[Vedi QUI il reportage di Re:Common sulla recente visita in Grecia]

In Albania ci sono un sacco di contadini che hanno cercato di denunciare acquisizione di terre fatte a prezzi bassissimi o pagando le compensazioni a persone che non erano i reali proprietari. Ci sono un sacco di questioni aperte. Io non me la sentirei di dire che la costruzione è iniziata.

AM: Hai cominciato ad accennarlo: ci sono altre opposizioni al Tap oltre a quella di Melendugno e queste che hai appena menzionato?

EG: In Grecia un’opposizione al progetto c’è e ha anche una storia abbastanza lunga. Nasce dal periodo in cui c’era ancora la campagna elettorale di Syriza. In quel periodo sono state fatte molte promesse e una delle promesse era che si sarebbe trovato un percorso alternativo per questo gasdotto e che quindi non avrebbe toccato la piana più fertile del nord della Grecia. Poi nella disillusione complessiva rispetto a Syriza che i greci stanno vivendo adesso c’è anche questo: quelle promesse non sono state mantenute, hanno cercato di cominciare comunque e quindi questa dinamica che prima era di dialogo con i contadini adesso è conflittuale. Ora c’è proprio un blocco totale della costruzione in quella zona.
In altre zone c’è un’opposizione che continua con ricorsi eccetera, ma c’è meno forza complessiva. Questo rientra nella complessità un po’ più ampia della Grecia di oggi dove il livello di pressione sui movimenti e sulle comunità è talmente alto che non ce la stanno facendo a tenere testa a tutto.
In Albania è un po’ più difficile opporsi, come anche in Turchia, perché il livello di repressione da parte dello stato è molto più forte. Si parla di persone che hanno paura a fare domande o a opporsi in maniera netta al progetto perché subiscono minacce da vari soggetti non ben identificati.
In Turchia c’è proprio pressione da parte dello stato, il gasdotto è stato presentato come un progetto di priorità nazionale e quindi chiunque è contrario al gasdotto è anche nemico dello stato. Nonostante questo anche lì, in regioni come Bursa, la regione al confine con la Georgia, ci sono state proteste molto forti sempre legate alla questione dell’acquisizione delle terre, però è più complesso contattare le persone, riuscire a parlare in maniera sicura con loro. I rischi a cui sono esposti sono molto alti.

AM: L’alleato azero punta i riflettori sulla condizione dei giornalisti in Azerbaigian, hai voglia di spendere due parole su questo e sulla questione della comunicazione riguardo al progetto.

EG: noi abbiamo scelto di raccontare la storia di questa giornalista, Khadija Ismayilova, che è stata arrestata proprio perché aveva provato a indagare seriamente sugli interessi diretti degli Aliyev. Ha guardato a come sono state fatte le privatizzazioni in Azerbaigian e ha visto che quelle che di fatto prima erano aziende di stato nel settore minerario e nel settore delle comunicazioni poi sono diventate società private che però facevano riferimento direttamente alle figlie del presidente Aliyev. Questo ovviamente le è costato la libertà.

È stata incarcerata e detenuta per un anno e mezzo circa. È stata liberata nel marzo dello scorso anno e ancora oggi sta a casa sua, ma di fatto la sua libertà è ancora molto limitata: non ha il passaporto, non può andare all’estero, è costantemente tenuta sotto controllo. La sua storia è abbastanza emblematica, ma non è l’unica.
In Azerbaigian sono stati messi sotto attacco anche gli avvocati, gli attivisti per i diritti umani, i blogger, i cantanti. Chiunque in qualche maniera critichi il regime degli Aliyev diventa nemico dello stato. Uno stato che però si presenta come una democrazia, un paese moderno e con cui l’Europa ha relazioni sempre più strette e fondate sul petrolio prima e sul gas oggi.
La denuncia forte riguarda proprio questo: è un regime autoritario a cui l’Europa si sta legando sempre più strettamente. L’Italia anche: le relazioni commerciali che abbiamo con l’Azerbaigian sono in aumento e c’è tutta una macchina orientata a creare relazioni sempre più strette. La domanda è se guardiamo o no all’impatto complessivo che tutto questo ha e se siamo consapevoli che da un lato alcuni dittatori sono cattivi e altri dittatori sono buoni, a seconda di quella che è la convenienza.
Dal 2012 in poi in Azerbaigian la situazione ha cominciato a deteriorarsi sempre di più. Nel 2013, quando ci sono state le elezioni presidenziali, l’unico candidato alternativo ad Aliyev è stato incarcerato durante la campagna elettorale e sta ancora in carcere. Hanno chiuso tutti i giornali, le televisioni indipendenti, hanno iniziato ad arrestare gli attivisti, chiuso le associazioni. La situazione è sempre in costante peggioramento.

Nel momento in cui tu cominci a costruire il gasdotto non solo ti vincoli all’Azerbaigian, perché da lì viene il gas, ma con la Socar che è la società di stato azera che estrae petrolio e gas che è il principale azionista di tutte le tratte di questo gasdotto, anche di quella che arriva in Italia; il tipo di vincolo e di interconnessione che si stabilisce è veramente enorme.
La Socar sta cercando di entrare nel mercato della distribuzione del gas anche in Europa, sta entrando in Grecia dove sta negoziando la privatizzazione della società di stato per la distribuzione del gas greca. È come se si fosse avviata una macchina per cui l’Azerbaigian è stato scelto come partner privilegiato e tutto il resto non conta. Invece secondo noi conta eccome.
È questo il motivo per cui ne parliamo ed è per questo motivo che cerchiamo di aprire spazi in cui si riesca in qualche maniera a essere in contatto con chi lì sta cercando di portare un cambiamento nel paese.
Negli altri paesi chi vuole questo gasdotto ha cercato di utilizzare tutti i mezzi per comprarsi la stampa e l’opinione pubblica. In Grecia il tema Tap è un tema quasi tabù, non se ne parla su nessun giornale a distribuzione nazionale. In Albania è più o meno lo stesso con l’aggravante che i giornalisti ricevono minacce serie se toccano alcuni temi. Il Tap è uno di questi temi intoccabili.

Nell’insieme l’Italia è il paese dove se ne è parlato di più. Lo si è fatto in tante maniere e nel momento in cui la resistenza pacifica di queste comunità si è trovata di fronte la violenza dello stato, con la polizia che è andata in forze a difendere l’impresa – perché questo hanno fatto, hanno protetto i veicoli dell’impresa che volevano iniziare a fare le eradicazioni degli ulivi – in quel momento lì la resistenza ha avuto a livello nazionale la visibilità che prima non ha avuto. Ma è una storia che inizia nel 2011-2012, sta andando avanti da molto.

AM: La cornice utilizzata per parlare dei No Tap è molto simile a quella che si usava qualche tempo fa per i No Tav. Qua erano quattro montanari e là quattro salentini che difendono quattro olivi.

EG: Sì, e anche con i No TAP  il tentativo è stato quello di dire è tutto per gli ulivi, stanno difendendo quattro ulivi.

AM: “Sono contro il progresso, hanno una visione miope”… lì non è “ce lo chiede l’Europa”, ma siamo sullo stesso tipo di narrazione…

EG: Sì, la narrazione è molto simile. Infatti anche la paura che anche lì si arrivi a una situazione  di scontro netto è molto forte. Anche lì le amministrazioni locali stanno con le persone. Nel 2014 erano 43 i consigli comunali che avevano espresso mozioni contro il Tap, non chiedendo lo spostamento del gasdotto, ma esprimendo proprio la contrarietà all’opera. Adesso, dopo marzo e aprile, dopo questa massiccia presenza di polizia sul territorio e l’attacco forte subito dalla popolazione,  i sindaci contrari sono diventati 93.
Questa cosa gli si sta rigirando contro. La presenza dello stato che si sta manifestando così in Salento viene vissuta proprio come un’invasione, un’imposizione dal di fuori, non solo da Roma, ma addirittura dall’Europa e lo spazio per trovare una soluzione non c’è. Se non cancellare il progetto.
Nel momento in cui le persone si sono informate in maniera autonoma, come è avvenuto in Val Susa, perché nessuno le ha informate, si sono autoinformate, hanno preso coscienza di ciò che stava accadendo, hanno provato a usare tutti canali possibili per esprimere il loro no, secco, non sono state ascoltate e adesso la situazione è questa.
È una situazione in cui, come in Val Susa, le persone esprimono un no motivato, non è un no ideologico, è un no radicato che porta con sé anche tanti sì. È un no a un certo tipo di modello, ma è un sì a un modello diverso che peraltro è quello che loro stanno già costruendo.
L’Appennino secondo me è la parte in cui la sfida è più alta, perché è molto meno popolato, ma chi oggi vive l’appennino lo fa perché ha fatto una scelta e quindi sta cercando di costruire e portare avanti un modello economico; che è anche una visione complessiva della montagna, di cosa significa vivere in montagna e mantenere un certo tipo di ambiente, che è proprio in netto contrasto con tutto quello che questo progetto porterebbe.

AM: Da una parte si tratta di vivere la montagna e dall’altra di attraversarla e distruggerla.

EG: Sì,  anche perché quel tipo di attività non è assolutamente compatibile con tutto il resto. Non è il tubo del gas che passa nella strada sotto casa nostra, è un progetto di un’entità completamente diversa e quindi la scelta è: o c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Di fronte a questo bivio è ovvio che riuscire a esprimere un no secco ha delle implicazioni. Nel caso dell’Appennino, in ballo c’è il futuro che quelle comunità si immaginano per quelle montagne.

Re:Common, con il movimento No Tap, ha scritto una lettera aperta alle istituzioni europee, si può leggere e sottoscrivere a questo link.

L'articolo O c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Intervista a Elena Gerebizza sul Trans Adriatic Pipeline (TAP) sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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zanzisap
18 days ago
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Autonomia di classe in Venezuela

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di Valerio Evangelisti

Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia. Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. E’ lo sfascio del modello governativo liberale.

Peggio ancora erano le supposte “democrazie” latinoamericane fino agli ultimi decenni del secolo scorso. Marce, autoritarie, spesso razziste, oligarchiche fino alla caricatura. Quando Hugo Chávez assume la presidenza del Venezuela, nel 1999, la maggior parte della popolazione povera, di colore o indigena non è nemmeno censita a fini elettorali. Semplicemente non esiste. Il potere è spartito tra due formazioni molto simili, in cui convergono gli interessi della minoranza privilegiata. Chávez, di origini umili e di ascendenza india, dà rappresentanza e dignità agli “invisibili”, li chiama a partecipare alla vita pubblica e a rendersi protagonisti. Di per sé è una rivoluzione tra le più contundenti dell’America Latina, paragonabile a quella del 1979 in Nicaragua.

Tale rivoluzione non sarebbe completa se non fosse accompagnata da provvedimenti a favore delle classi popolari, che si susseguono a ritmo impressionante. Dalle leggi che beneficiano i pescatori alla sanità gratuita, all’istruzione assicurata a tutti, alla moltiplicazione di scuole e università, alla distribuzione ai contadini di terre incolte o mal coltivate (che del resto, sotto la spinta chavista, stavano occupando per loro conto), alla costruzione e assegnazione di un milione 700 mila case popolari. Il numero dei pensionati passa da 300 mila a tre milioni, l’analfabetismo quasi sparisce, la povertà si riduce enormemente. Nascono organi di autogoverno politico e produttivo come le comunas (oggi circa 2000)[1], le cooperative, molti consigli di fabbrica. Una massa che sotto l’oligarchia era amorfa e timorosa diviene cosciente, consapevole della propria dignità e capacità di incidere. “Un popolo oppresso repente si desta, intende l’orecchio, solleva la testa” scriveva un grande italiano.

E’ il socialismo? No, nemmeno quel “socialismo del XXI secolo” che Chávez propone come scopo. Però è già l’antitesi del liberalismo. Il governo nazionalizza le industrie strategiche, si batte per un sistema di scambi equi nel continente (ALBA), elargisce petrolio (di cui il Venezuela è tra i primi produttori mondiali) a prezzo equo ai paesi vicini che ne abbisognano. Paga regolarmente i debiti esteri, ma rifiuta condizionamenti alle proprie politiche sociali. A queste (poi dette Missioni) è destinato il 70% del bilancio. Ciò non avviene sotto dittatura, come invece ripete ossessivamente il coro neoliberale. Dal 1999, anno di promulgazione della “costituzione bolivariana”, si tengono venti consultazioni elettorali. Il governo ne perde due e si rassegna al risultato, sull’esempio sandinista di vent’anni prima.

Simili scelte scatenano l’ira dei fautori del precedente regime (che controllano gran parte degli organi di informazione) e dell’imperialismo americano. Nel 2002 si ha un primo tentativo di colpo di Stato, accompagnato da una strage di cui si cerca di incolpare il governo (l’attribuzione non riuscirà grazie a cineoperatori indipendenti, che gireranno il famoso documentario La rivoluzione non sarà teletrasmessa). Subito dopo è scatenata una micidiale serrata dell’estrazione petrolifera, per ridurre il paese in ginocchio. Vi si pone riparo con la presa manu militari della nave da cui si controlla l’attività estrattiva, e con la sostituzione dei quadri compromessi col golpe di quel settore industriale.

Ma non è finita, perché i partiti dell’opposizione (una pletora, tutti legali e dotati di mezzi di comunicazione tra i più diffusi) non cessano di auspicare il rovesciamento del “regime”, tramite la violenza di strada, l’appello a un atto delle forze armate, l’auspicio di un intervento militare degli Stati Uniti e dei governi loro asserviti (in primo luogo la Colombia, che attualmente ospita ben sette basi militari americane). In risposta, Chávez epura e seleziona i vertici dell’esercito, ne trasforma le accademie in scuole quadri, e soprattutto arma direttamente il popolo, con la costituzione di una Guardia Nazionale Bolivariana composta da volontari (oltre centomila).

Si moltiplicano le accuse di autoritarismo e di bonapartismo, lanciate con voce particolarmente stentorea dai rinnegati passati dallo stalinismo alla fede liberista, inclusi quelli italiani. Come osa il satrapo sudamericano irridere ai principi del mercato, condurre politiche sociali su larga scala, rifiutare i diktat di Banca Mondiale e FMI? Non siamo alla fine della storia, al riconoscimento universale che il capitalismo è sistema perfetto e insostituibile? Così starnazza l’immancabile Vargas Llosa, e con lui latra l’intera città dei cani ex di sinistra.

Ciò vuol dire che il governo chavista sia esente da errori, a volte gravissimi? Niente affatto. Il tentativo di sottrarre il Venezuela alla predominanza assoluta delle risorse petrolifere riesce in minima parte, l’accentramento statale facilita la corruzione, la delinquenza comune non è contrastata con l’energia necessaria. Il “culto del capo” raggiunge vette a volte eccessive e fastidiose, il dirigismo paternalista anche. Ciò nonostante, il “demos” resta saldamente centrale nel processo di liberazione, graduale (Chávez è prudente nei suoi passi) e tuttavia inarrestabile. Il socialismo del XXI secolo pare davvero a portata di mano. Le classi subalterne stanno conquistando, grazie alla democrazia diretta e partecipativa, una sempre più ampia autonomia.

Nel 2013, però, Chávez muore. Quasi simultaneamente crolla il prezzo del petrolio, per l’azione degli alleati mediorientali degli Stati Uniti. Il Venezuela vede diminuire la liquidità, assiste alla svalutazione della propria moneta e alla salita dell’inflazione. Le esportazioni di greggio cesano di essere remunerative come un tempo, le importazioni si fanno carissime. Approfittando della situazione la borghesia venezuelana, colpita in varie forme ma mai a morte, si getta nelle più losche attività speculative, lucrando sulla disparità crescente tra dollaro e moneta locale. Pratica l’aggiotaggio, fa sparire generi di prima necessità. Imputa il “regime” della penuria.

Il successore di Chávez, Nicolás Maduro (ex brillante ministro degli esteri, ex conducente della metro), reagisce sulle prime in maniera ingarbugliata. Dà vita a due corsi monetari, cerca di sostituire – ancora non c’è riuscito – i tagli dei biglietti di banca più usati nel narcotraffico e nel contrabbando con la Colombia. Accresce il malcontento, mentre i supermercati si svuotano di merci. Finalmente, in ritardo, fa la mossa giusta. Instaura un sistema statale di importazioni di beni, venduti in spacci popolari e distribuiti alle famiglie attraverso i CLAPS (Comités Locales de Abastecimiento y Producción).

Le iniziali incertezze di Maduro danno fiato all’opposizione di destra (ma non si pensi a una destra moderata: si tratta di una destra estrema, frammentata in correnti rabbiose), Questa, grazie allo scontento popolare e all’astensione di molti chavisti, riesce a vincere le elezioni all’Assemblea Nazionale del 2015. Non usa la forza conquistata per instaurare la dialettica tipica, in una repubblica presidenziale, tra parlamento e capo dello Stato. Rifiuta l’invalidazione di tre eletti da parte della magistratura, che le toglierebbe la maggioranza assoluta. Ostacola ogni decisione di Maduro. Punta all’annullamento e al regresso delle politiche sociali, come stanno facendo Macrì in Argentina e Temer in Brasile, più altri fantocci. E’ la paralisi. Il legislativo si ribella tanto all’esecutivo che al giudiziario (che ne dichiara per voce del Tribunale Supremo la decadenza, frenato proprio da Maduro). In Venezuela nessuno è più in grado di governare alcunché. Proprio mentre la crisi economica incrudelisce.

Lo stallo parlamentare corrisponde a un’esplosione violentissima dei quartieri privilegiati, a Caracas e in provincia. Se ne era avuta un’anteprima alla morte di Chávez. Su impulso di personaggi sinistri come Leopoldo López (che durante il mancato colpo di Stato del 2002 aveva partecipato, con l’amico milirdario Henrique Capriles, a un assalto armato contro l’ambasciata cubana), giovani mascherati erano scesi in piazza elevando barricate. Avevano lasciato sul terreno una quarantina di morti, quasi tutti per mano loro. Nel 2017, incoraggiato da esempi come piazza Maidan in Ucraina, lo scenario si ripete, in forme più crudeli. Sono presi d’assalto, dalla gioventù termidoriana, i centri di assistenza sociale, i ministeri chiave, gli organi giudiziari, gli ambulatori gratuiti, gli spacci statali a basso prezzo, scuole e asili, i piccoli esercizi. Persino alcune caserme. Gli assalitori recano sugli scudi la croce, o simboli esoterici (la “croce acuminata”). Hanno maschere antigas e armi da fuoco. Quasi una trentina di presunti “chavisti” sono cosparsi di benzina e dati alle fiamme, in qualche caso con esito letale. Altri sono picchiati, denudati, umiliati, torturati. L’internazionale dell’informazione liberal-borghese ascrive regolarmente ogni vittima, malgrado le indiscutibili prove contrarie, alla repressione chavista.

Impossibilitato a governare, Maduro ricorre a tre articoli della costituzione del 1999 (347, 348 e 349) per convocare un’Assemblea costituente, che ridia ordine al Venezuela. Lo fa nella maniera confusa e impacciata che gli è propria (Maduro non è Chávez), per cui, inizialmente, non è ben chiaro a cosa aspiri. A mantenersi al potere? A scalzare l’Assemblea nazionale? Il fine si preciserà con lo scorrere delle settimane, e del sangue sparso dagli avversari (cui si contrappongono in strada, come era accaduto nel 2002, i collectivos, gruppi di giovani proletari motorizzati molto simili agli “antifa” europei). Si tratta di rendere irreversibili gli scopi sociali della rivoluzione bolivariana, e di assicurare legittimità istituzionale alle forme di democrazia sorte spontaneamente dal basso. Nonché di dare gambe giuridiche per marciare a una differenziazione e a uno sviluppo dell’economia.

Ciò viene presentato come premessa indispensabile per la “pace”. Sembra una meta illusoria, in un contesto di guerra di classe dispiegata, e sotto la minaccia di un Occidente incattivito. Sta di fatto che il 30 luglio 2017 otto milioni di venezuelani mostrano di crederci, e nominano 545 membri della Costituente, scelti tra categorie ritenute rappresentative (inclusi indigeni, femministe, portatori di handicap, ecc.). USA, UE, esqualidos (“reazionari”, compresi i rinnegati di sinistra di cui sopra) strillano che è l’annuncio di una dittatura. Immemori del fatto che già da diciotto anni chiamavano “dittatura” l’esperimento chavista, e indicavano nella Costituzione che sarà ora riformata uno strumento di oppressione.

Non so come finirà questa vicenda. Nelle file chaviste non mancano gli opportunisti e gli ambiziosi, i corrotti e gli autoritari, i tromboni e i bla bla bla. Tutto oro che luccica, rispetto alla psicosi sanguinaria dei loro nemici “liberali”. Mi pare importante, in ogni caso, l’avere gli chavisti difeso, sia pure in forme talora discutibili, uno degli ultimi fronti del progressismo latinoamericano, e soprattutto l’avere aperto spazi ulteriori all’autogoverno delle classi subalterne. Fu così l’esempio glorioso del Nicaragua anni ’70. Spero sia così il nuovo Venezuela, oasi di resistenza al pensiero unico e ai modelli imposti da un imperialismo senescente. Confido non in Maduro, non nel PSUV, ma nelle comunas, nelle cooperative e negli odiati collectivos. Confido nell’autonomia di classe.

 

[1] Sul funzionamento concreto di una comuna si può vedere il documentario Junteras. Ahimè noiosissimo, ma esplicativo.

 

 

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Autonomia di classe in Venezuela è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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zanzisap
18 days ago
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Cassano shock: “Ci ho ripensato, mi iscrivo ad ingegneria”

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Marco Bressanini

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zanzisap
20 days ago
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Ascolta il demo di "There Is a Light That Never Goes Out" degli Smiths

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È il 2017 e Morrissey continua a dire e fare cose che farebbero arrossire il tuo peggior zio e Johnny Marr ha suonato nei Cribs. Ma nel 1986 erano gli Smiths e hanno inciso The Queen is Dead, che è più o meno l'album perfetto. L'anno scorso il disco ha compiuto 30 anni, e la band ha annunciato di volerlo ristampare. Oggi possiamo tutti ascoltare una delle gemme che hanno atteso negli archivi per decenni—la prima versione mai registrata di "The Is a Light That Never Goes Out". Preparati a provare dei sentimenti, bastardo senza cuore:

Se non ti vengono i brividi, forse non sei mai stato un adolescente triste.

La versione demo ha alcune piccole differenze rispetto a quella che è finita sull'album: per esempio, è un po' più veloce ed è ovviamente molto più grezza, ma la voce di Morrissey è perlopiù uguale, a parte per alcune parole, e se sei un nerd gigante come me è interessante dare un'occhiata dietro le quinte della band, che sono rimaste chiuse per molto tempo. Restiamo in attesa di nuove chicche di questo tipo prima dell'uscita ufficiale della ristampa prevista per il 20 ottobre.

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zanzisap
27 days ago
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